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siamo realisti, esigiamo l'impossibile...

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Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto

Ma nel cuore

nessuna croce manca

E' il mio cuore

il paese più straziato

July 04

Si torna in piazza




Dunque, ci siamo. Tra poche ore sarà il 4 luglio; sta arrivando, questa giornata, nell’assordante silenzio della politica che, evidentemente, guarda a Vicenza come a un luogo lontano; fuori dal mondo: mentre da tutta Italia giungono adesioni, coloro che dovrebbero ascoltare le storie di questo Paese si tappano le orecchie. Difficile, del resto, ascoltare una comunità che non accetta l’imposizione, che sfida chi vuol governare con l’arroganza, che vuol prendere in mano il futuro della propria terra.
 
E, forse, la questione centrale è proprio questa: che in un tempo di crisi che non è soltanto economica, ma prima di tutto sociale e politica, ci sono migliaia di donne e uomini che abbandonano il divano, spengono il televisore e si ritrovano sotto un tendone, il Presidio Permanente. Cittadini scomodi per chi – da destra a sinistra - vorrebbe gestire la politica come un reality show e si ritrova di fronte coloro che non vogliono stare a guardare. Perché, in fondo, quel che a chi governa non piace è che vogliamo partecipare, rifiutandoci di accettare il loro diktat.
 
Ed è, partecipare, quel che faremo sabato prossimo. Torneremo in strada per metterci la faccia, per rispondere a chi ci chiede di arrenderci di fronte all’imposizione; perché, dicono, il timbro governativo mette tutto a posto: come se una firma sul faldone “Dal Molin” potesse far scomparire l’assenza di democrazia, di trasparenza, di informazione che ha caratterizzato questa vicenda. Come se quel timbro potesse giustificare e legittimare i danni ambientali che provocherebbe la realizzazione della base di guerra.
 
Non è e non sarà così; l’abbiamo detto il 17 febbraio 2007: resisteremo un minuto in più. Saremo dei polentoni, per chi ci guarda da Palazzo Chigi, ma siamo anche dei gran testardi; e sabato prossimo vogliamo far vedere quanto siamo determinati: loro che usano ogni strumento per imporci l’installazione militare, noi che, forti del nostro essere comunità, useremo ancora una volta la nostra creatività.
 
Pentole e cartelli, bandiere e t shirt: sarà un corteo colorato, ma soprattutto sarà un corteo determinato. Chi voleva sradicare alla radice il dissenso locale se ne faccia una ragione: la comunità dei pazzi NoDalMolin torna in piazza; lo fa per continuare a sognare.
 
 
 
June 30

Banche Armate 2009

 
Triplicati per le banche italiane i compensi di intermediazione sulla vendita di armi all’estero. Abbiamo letto in esclusiva la relazione. Ed ecco i dati
 
Banca nazionale del Lavoro, Intesa-San Paolo e Unicredit: sono le principali banche italiane coinvolte nel commercio di armi. Nulla di illegale - intervengono in operazioni regolarmente autorizzate - ma si tratta evidentemente di attività da non pubblicizzare troppo, tanto che sono stati gli stessi istituti di credito a chiedere al governo di non rendere pubblica la Relazione del ministero dell'Economia e delle Finanze su esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, che invece la Voce ha potuto leggere. E le "banche armate", sulla scia del grande aumento dell'export di armi made in Italy e sfruttando l'onda lunga dell'aumento delle spese militari sostenuto dal governo di centro-sinistra di Prodi (+ 22%, in due anni), hanno fatto grandi affari, triplicando i «compensi di intermediazione» che hanno incassato dai fabbricanti di armi.
 
Nel corso del 2008, infatti, sono state autorizzate 1.612 «transazioni bancarie» per conto delle aziende armiere, per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro (nel 2007 erano state la metà, 882, per 1.329 milioni). A questi vanno poi aggiunti 1.266 milioni per «programmi intergovernativi» di riarmo (cioè i grandi sistemi d'arma costruiti in collaborazione con altri Paesi, come ad esempio il cacciabombardiere Joint Strike Fighter - Jsf - per cui l'Italia spenderà almeno 14 miliardi nei prossimi 15 anni), quasi il doppio del 2007, quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di "movimenti" di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5%, in base al valore e al tipo di commessa.
 
La regina delle "banche armate" è la Banca Nazionale del Lavoro (del gruppo francese Bnp Paribas) con 1.461 milioni di euro. Al secondo posto si piazza Intesa-San Paolo di Corrado Passera, già braccio destro di Carlo De Benedetti ed ex amministratore delegato di Poste Italiane, con 851 milioni (a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia , parte del gruppo), per lo più relativi a «programmi intergovernativi»: il cacciabombardiere Eurofighter, le navi da guerra Fremm e Orizzonte, gli elicotteri da combattimento Nh90 e diversi sistemi missilistici.
Eppure due anni fa il gruppo aveva dichiarato che, proprio per «dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell'opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche», cioè la campagna di pressione alle banche armate, avrebbe sospeso «la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d'arma pur consentite dalla legge».
 
«Si tratta di transazioni relative a operazioni sottoscritte e avviate prima dell'entrata in vigore del nostro codice di comportamento e che dureranno ancora a lungo», è la spiegazione che fornisce Valter Serrentino, responsabile dell'Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San Paolo. Anche Unicredit negli anni passati aveva ripetutamente annunciato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere, eppure nel 2008 è stata la terza "banca armata" italiana, con 606 milioni di euro. Nessuna dichiarazione di disimpegno invece da parte della Banca Antonveneta, che lo scorso anno ha movimentato 217 milioni. Mentre piuttosto ambigua è la situazione del Banco di Brescia: nel 2008 ha gestito per conto delle industrie armiere 208 milioni di euro benché il gruppo di cui fa parte dal 1 aprile 2007, Ubi (Unione Banche Italiane), nel suo codice di comportamento abbia stabilito che «ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall'intrattenere rapporti relativi all'export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all'Unione Europea o alla Nato» e che «siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri armamenti quali bombe, mine, razzi, missili e siluri».
 
«La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale - spiega Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility di Ubi - ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca», cioè l'industria armiera, non si trovi «in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato».
Ma i dubbi restano. «Da quando, lo scorso anno, è sparito dalla Relazione il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito - spiega Giorgio Beretta, analista della Rete italiano Dísarmo - è impossibile giudicare l'operato delle singole banche. Senza quell'elenco, infatti, i loro codici di comportamento non sono comprovati dal riscontro ufficiale che solo la Relazione del governo può fornire».
 
 
Luca Kocci
 
 
June 29

Le virtù energetiche del gas ottenuto dagli oli esausti

 
Trasformare gli oli esausti, i liquidi antigelo o perfino le acque fognarie e i liquami agricoli in combustibile "pulito" ed economico: miraggio o concreta possibilità? La risposta proviene dagli Usa ma ha un "padre" italoamericano e si chiama MagneGas. Il nome designa un gas ottenuto appunto dai liquidi di scarto, e in grado, secondo i responsabili dell' omonima corporation che ha la sua sede a Clearwater in Florida, di sostituire il gas naturale (metano) come combustibile per autoveicoli e per usi domestici. Il tutto smaltendo e riciclando liquidi di rifiuto pericolosi per l' ambiente. Sarebbe una piccola rivoluzione energetica che già è al di là delle semplici sperimentazioni: a Clearwater ci sono già alcuni impianti pilota che hanno ricevuto attestazioni e superato numerosi test fra i quali quelli dell' Epa (l' agenzia governativa per la protezione dell' ambiente) che confermano i bassi livelli di residuo inquinante. Gli ambiti applicativi vanno dalla trazione per autoveicoli agli impieghi domestici (cottura dei cibi, riscaldamento dell' acqua) e poi fino alla produzione di elettricità verde. Creatore del MagneGas è Ruggero Maria Santilli, fisico nato in provincia di Isernia poi trasferitosi negli Stati Uniti per insegnare all' Università di Boston, quindi al Mit, e infine, come fisico teorico, al dipartimento di matematica dell' Università di Harvard. Oggi Santilli è Ceo di MagneGas Corporation, ed è impegnato a tempo pieno nella promozione della sua creatura. «La tecnologia che consente la produzione del MagneGas, chiamata Plasma Arc Flow ci spiega viene sviluppata in appositi reattori adronici molecolari (gli adroni, dal greco adrós, forte, sono particelle subatomiche) nei quali i liquidi di scarto sono sottoposti con un arco voltaico a intense scariche elettriche con temperature che raggiungono circa i 5.500 gradi centigradi, e a una forte luce ultravioletta. Per il fenomeno chimico della ionizzazione, cioè della perdita di determinati elettroni da parte degli atomi, parte dei liquidi vengono trasformati in gas». Nel macchinario PlasmaArcFlow si crea un gas più leggero dell' aria, il Magnegas, che viene fatto salire in una torre di raccolta e convogliato in serbatoi ad alta pressione per l' utilizzo come combustibile. Il liquido residuo depositato sul fondo, se molto inquinante (come gli oli esausti), può essere eliminato del tutto, facendolo ripassare nell' arco voltaico fino alla completa disgregazione dei componenti atomici, oppure viene depurato con filtri a sabbia o centrifughe ed utilizzato per l' irrigazione in agricoltura o essere rilasciato senza pericolo nell' ambiente, come già avviene in diverse aree degli Usa. «Stiamo cercando partnership in tutto il mondo dice Santilli e avviato le procedure presso la borsa di Londra per avviare una public company. Il tutto per sviluppare impianti pilota anche in Europa e ottenere le certificazioni necessarie dalla Ue».
 
 
Gianluca Sigiani
 
June 25

Scacco al clan Gionta: in cella 28 affiliati e un militare-talpa

 
Un´altra spallata al clan Gionta, un altro blitz nella roccaforte della camorra di Torre Annunziata. Polizia e carabinieri hanno assediato il quartiere delle carceri, nel cuore della città antica, e all´alba sono finite in manette 11 persone. Altre 16 ordinanze, invece, sono state consegnate in carcere ad uomini già detenuti sotto il peso di altre accuse. Un provvedimento è stato notificato ad un detenuto agli arresti domiciliari a Perugia. L´ultimo, Umberto Onda, è riuscito a scappare di nuovo alla cattura.
 
In cella sono finiti i narcos della cosca, ma anche un militare in servizio presso la compagnia dei carabinieri di Torre Annunziata, già trasferito da tempo. Per lui, Alfredo Carbutti, originario di Castellabate, la pesante accusa di aver informato delle attività investigative il capoclan Pasquale Gionta, secondo figlio di Valentino. Un carabiniere-talpa che forniva informazioni preziose ricevendo in cambio danaro dall´organizzazione.
 
Il blitz è giunto al termine di un´indagine capillare condotta dal commissariato di polizia di Torre Annunziata e dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli, basata anche sulle precedenti inchieste, e arricchita da nuovi sviluppi legati ai traffici illeciti della camorra a Torre Annunziata. Una camorra che, nonostante le decine di arresti e la cattura di quasi tutti i capi, si è dimostrata ancora viva e potente.
 
Le 29 persone accusate di associazione a delinquere di stampo camorristico vengono considerate pedine fondamentali del clan Gionta, sebbene siano tutte molto giovani. E´ l´esercito dei narcos, i soldati che permettevano alla famiglia di "don Valentino" di continuare a gestire le piazze dello spaccio e a incassare proventi illeciti. Anzi, si è accertato che nonostante il pressing delle forze dell´ordine, la cosca continuava a gestire affari che fruttavano mediamente 170 mila euro al giorno.
 
Molti degli indagati sono già finiti nelle inchieste "Altamarea" (88 arresti) e "Fort Apache" (21 arresti), indagini che, sempre a Torre Annunziata, portarono alla cattura di buona parte dell´esercito dei pusher della cosca di Palazzo Fienga e dei vertici dell´organizzazione. Alcuni degli indagati erano stati anche scarcerati, ma adesso tornano in cella, con l´aggravante dell´associazione camorristica.
 
Dei destinatari di ordinanze di custodia cautelare, sedici sono già detenuti (tra questi anche Pasquale Gionta, ritenuto il reggente della cosca almeno fino al suo arresto). Sfuggito alla cattura Umberto Onda, latitante dal 2007 e destinatario di un´ordinanza per duplice omicidio.
Tra i nomi eccellenti spiccano quelli di Pasquale Gionta rampollo del clan, Aldo Matrone, cugino di Gionta, Guglielmo e Luigi Arcobelli, personaggi di primo piano della cosca e Francesco Ieni, 27 anni esponente mafioso di Catania.
 
 
ECCO LA LISTA DELLE PERSONE ARRESTATE
 
Vincenzo Annunziata 28 anni
Domenico Settimo 23 anni
Salvatore Gallo 24 anni
Pasquale Savino 19 anni
Pasquale Aiello 59 anni
Vittorio Marotta 28 anni
Gennaro Troncato 23 anni
Fulvio Della Ragione 26 anni
Agnello Di Salvatore 20 anni
Gennaro Cosenza 26 anni
Giuseppe Di Ronza 34 anni
Angelo Muscerino 27 anni
Carmine Montemurro 53 anni
Maurizio Nasto 35 anni
Raffaele Sperandeo 21 anni
Salvatore Montemurro 24 anni
Ferdinando Raia 29 anni
Alfredo Carbutti 52 anni
Guglielmo Arcobelli 43 anni
Antonio Guarro 30 anni
Gioacchino Sperandeo 45 anni
Carlo Caglia Ferro 36 anni
Antonio Onda 27 anni
Giuseppe Solimeno 39 anni
Luigi Arcobelli 40 anni
Pasquale Gionta 32 anni
 
 
Gianluca De Martino
 
 
June 20

Quell'invito del premier a Patrizia "Vai ad aspettarmi nel letto grande"

 
Nelle registrazioni audio che la D'Addario ha eseguito a Palazzo Grazioli
sono raccontati gli incontri col premier. Si distingue la voce del premier
La mattina dopo, lui la chiama. Lei ha la voce rauca: "Strano, questa notte non ho sentito strilli"
 
Cosa documentano le registrazioni audio che Patrizia D'Addario ha clandestinamente inciso nell'autunno dello scorso anno a Palazzo Grazioli e quindi consegnato alla Procura di Bari a sostegno dell'attendibilità del racconto delle sue due visite?
La magistratura, mercoledì scorso, le ha secretate, apponendo i sigilli agli originali dei nastri su cui sono incise, e ha disposto che non ne venissero effettuate le trascrizioni. Negli ultimi otto mesi, quelle registrazioni sono state libere da vincoli, perché nella piena ed esclusiva disponibilità della donna.
 
Ora, tre fonti diverse e indipendenti che hanno avuto nel tempo accesso diretto all'ascolto delle registrazioni, o, quantomeno, ad alcuni dei loro passaggi salienti, riferiscono a Repubblica parte del contenuto. Con indicazioni coincidenti. A cominciare dalla cattiva qualità del sonoro, disturbato da fruscii di fondo.
 
Eccone dunque il dettaglio.
Ottobre 2008. Patrizia D'Addario è per la prima volta a Palazzo Grazioli. La si ascolta mentre si presenta con un nome di battesimo che non è il suo ("Alessia", come racconterà al Corriere della Sera il 17 giugno scorso) al presidente del Consiglio, la cui voce, a sua volta, si riconosce benché sovrapposta ad una musica di fondo che accompagna la conversazione. La D'Addario dice di essere la titolare di un'agenzia immobiliare. Aggiunge che non è facile per una donna single mandare avanti un'attività di quel genere. Si sente quindi ancora la voce del presidente del Consiglio impegnato a mostrare quelli che si intuisce siano dei quadri.
 
4 Novembre 2008. Patrizia D'Addario è per la seconda volta a Palazzo Grazioli. Non è un giorno qualunque. Mentre in Italia si fa notte, negli Stati Uniti mancano poche ore allo spoglio che dichiarerà presidente eletto Barack Obama.
 
Si distingue la voce del presidente del Consiglio che si rivolge a Patrizia spiegandole che si assenterà per fare una doccia e mettere un accappatoio. Il presidente invita la donna ad aspettarlo nel "letto grande". Patrizia risponde affermativamente - "Sì nel letto grande" - aggiungendo un dettaglio che si riferisce al letto e non risulta comprensibile all'ascolto.
 
Una successiva sequenza registra un qualche trambusto con voci di estranei che avvertono il presidente dell'elezione di Obama e lo sollecitano ai suoi impegni istituzionali. Patrizia - riferiscono due fonti diverse - spiegherà che il personale di Palazzo Grazioli ha urgenza di ricordare al presidente che è atteso da un appuntamento esterno. Una circostanza, questa, che per altro trova conferma in un dato obiettivo. In quelle ore, Silvio Berlusconi è atteso allo spazio Etoile a Roma dove la Fondazione Italia-Usa ha organizzato una serata ufficiale (ripresa in diretta da Skytg24) per la notte elettorale americana. Un evento cui partecipano almeno 500 ospiti, tra cui un centinaio di parlamentari, e onorata da un messaggio video dell'allora ambasciatore americano in Italia Ronald Spogli e a cui il Presidente del Consiglio (la cui presenza era stata annunciata da almeno due settimane) non arriverà mai.
 
5 novembre 2008. Patrizia D'Addario registra una chiamata telefonica in entrata. Si riconosce la voce del presidente del Consiglio che le chiede "come va". La donna risponde di essere "un po' rauca". Il presidente, di rimando, si dice ironicamente sorpreso perché la notte precedente non ha sentito "strilli".
 
Quello stesso giorno, c'è una seconda telefonata registrata. L'interlocutore di Patrizia è Gianpaolo Tarantini, l'imprenditore che le ha negato il compenso pieno (2000 euro) pattuito per la prima volta a Palazzo Grazioli ("Perché non ero rimasta", spiega lei nella sua intervista al "Corriere della Sera"). La D'Addario è arrabbiata. Dice di aver ricevuto soltanto "una tartarughina" per la notte e chiede conto dei 2000 euro.
 
Alle registrazioni si accompagnano, come detto, anche delle fotografie, scattate dalla D'Addario con il suo telefonino all'interno di Palazzo Grazioli. Di queste, "Repubblica" ha avuto conferma solo di un dettaglio, per altro anticipato dal Corriere della Sera, due giorni fa. Vale a dire, un'immagine che ritrae la foto incorniciata di Veronica Lario. Le altre istantanee - per quanto è dato sapere al momento - ritraggono altrettanti dettagli delle stanze della residenza privata del presidente del Consiglio.
 
 
Carlo Bonini
 
 
June 19

Torre Annunziata, passa il bilancio, ma cambia la maggioranza

 
Il Bilancio passa l’esame del consiglio comunale in un clima infuocato. Tre ore di accuse incrociate, di polemiche roventi e di interventi durissimi: alla fine, Giosué Starita sorride davanti ai venti voti favorevoli e tira un sospiro di sollievo abbandonando l’aula della scuola media Alfieri.
Il sindaco è salvo, la sua poltrona traballa meno di ieri, anche se il prezzo da pagare sarà alto. Il sindaco si è gettato alle spalle l’incubo dello scioglimento, è vero, ma è altrettanto vero che ha aperto una stagione nuova della sua consiliatura. Una stagione che inizia con una maggioranza stravolta da un terremoto politico che era già nell’aria da qualche giorno. Oggi, infatti, in municipio c’è una maggioranza diversa da quella decisa democraticamente dagli elettori appena due anni fa. C’è una maggioranza diversa in una città che, stando anche all’ultimo scrutinio provinciale, aveva ribadito che di centrodestra proprio non voleva sentirne parlare. E invece, il Galeone-Starita vira nettamente in un’area di centro-destra, gettando di fatto le basi per un progetto politico che taglia i ponti con il passato e la tradizione torrese, spedendo in soffitta l’ispirazione riformista.
Tradotto in soldoni, il via libera al bilancio significa essenzialmente quattro cose: Italia dei Valori fuori dalla maggioranza, Udc, Mpa e Udeur dentro. E, se le posizioni politiche annunciate alla vigilia del voto hanno ancora un senso, in nessuno dei tre casi si tratta di un appoggio esterno. Soprattutto l’Unione di Centro e il Movimento per le Autonomie, infatti, avevano precisato che il loro sostegno sarebbe arrivato solo con un conseguente impegno di governo. Che significa posti in giunta ad entrambi gli schieramenti.
E se il centrodestra piomba nella maggioranza, la gran parte del centrosinistra si tira fuori. Da Idv ai Riformisti del Pd, da Orgoglio e Dignità a Sinistra è Libertà. A riconferma di un terremoto politico che solo il capogruppo del Pd ha tentato di nascondere (“non vedo stravolgimenti”, ha detto).
 
 
Raffaele Schettino e Salvatore Piro
 
 
June 18

5 de Junio. Día mundial del Medio Ambiente

 
El 100% de la energía que utiliza el metro para funcionar procede de fuentes renovables.
• Es el primer metro del Estado que circula con el 100% de energía verde.
• Utilizar el metro supone el evitar la emisión de aproximadamente 46.000 toneladas de CO2, que es el equivalente a la contaminación media de 8.000 coches durante un año. El beneficio al medioambiente de la utilización de metro es el toda la vida de un bosque de 46.000 árboles.
 
 
Metro Bilbao alcanzó durante 2008 su versión más sostenible, ya que, por primera vez, la totalidad de la energía empleada para el desarrollo de su actividad se obtuvo de fuentes renovables, según la información facilitada por la compañía suministradora Naturgas. Esta política de contribución al desarrollo sostenible continuará a lo largo del año 2009, ya que la sociedad demanda cada vez más empresas responsables.
 
La aportación de Metro Bilbao a un transporte más ecológico ha contribuido a hacer de la ciudad un entorno más saludable, ya que el transporte por ferrocarril supone un impacto ambiental significativamente menor que las principales alternativas existentes, puesto que minimiza el consumo de combustibles fósiles y las emisiones de gases de efecto invernadero. En este sentido, Metro Bilbao evita al año la emisión de aproximadamente 46.000 toneladas de CO2, que es el equivalente a la contaminación que provocan 8.000 coches a lo largo de un año, estimando un recorrido medio de cada uno de ellos de 30.000 kilómetros. En definitiva, entre todas las personas que viajamos en metro, venimos a hacer el mismo beneficio al medioambiente que el que realiza un bosque de 46.000 árboles a lo largo de toda su vida, puesto que en la vida media de un árbol este absorbe aproximadamente 1 tonelada de CO2.
 
En esta política medioambientalmente sostenible, cabe destacar a su vez el proyecto de recuperación energética en el que Metro Bilbao está inmerso. Este proyecto consiste en un sistema de aprovechamiento energético, con el que se consigue un ahorro del 33% en la factura de la luz, ya que los motores de cada unidad tren actúan como consumidores y como generadores de energía. La energía eléctrica generada durante la frenada es reconducida a la catenaria, donde es utilizada por la siguiente unidad para poder arrancar o acelerar.
 
En esta línea de mejora, Metro Bilbao se sumó en diciembre de 2008 a la iniciativa “Stop CO2 Euskadi” llevada a cabo por IHOBE y la Oficina Vasca de Cambio climático que se ha puesto en marcha en la Comunidad Autónoma del País Vasco, con objeto de englobar las actuaciones de la ciudadanía, empresas y de las administraciones públicas relacionadas con la reducción de emisiones de gases de efecto invernadero (GEI).
 
Por ello, Metro Bilbao se ha comprometido a elaborar un inventario inicial de fuentes de emisión de la entidad y emisiones de GEI a través de las calculadoras de emisiones de esta iniciativa. Así mismo se elaborará un Plan de Acción para la difusión y el impulso de las medidas de reducción aprobadas que tendrá lugar a lo largo del 2009.
 
 
 
June 17

Il Times e Berlusconi: macché Noemi

 
Che il Times di Londra arrivi a scrivere un editoriale dove chiama il capo di governo di un Paese europeo “clown” e  “buffone sciovinista”, e ciò solo per motivi di indignazione politica, lo lascio credere ai giornalisti, ma noi persone raziocinanti dobbiamo andare oltre. Un quotidiano della portata del Times, storico bastione del conservatorismo mondiale, voce internazionale dei Consigli di Amministrazione più potenti del pianeta, non si muove così violentemente per così poco (Noemi e festini), né è pensabile che abbiano scoperto solo oggi che Silvio Berlusconi alla guida del G8 è come un orango alla guida di un pullman. La scusante ufficiale per quell’editoriale di fuoco ai danni del Cavaliere è un insulto all'intelligenza. Rattrista, ma non stupisce, che in Italia nessuno dei paludati opinionisti pro o anti ci stia pensando.
 
Il motivo è altro, non v’è dubbio, ed è assai più importante. Per farvi capire, cito la caduta dal potere del dittatore indonesiano Suharto nel 1998. Uno dei peggiori assassini di massa del XX secolo, nulla da invidiare a Hitler per numero di morti, era il cocco di mamma degli USA e della Gran Bretagna, media inclusi, che lo adoravano perché obbediva puntigliosamente a ogni diktat dell’establishment economico neoliberale d’Occidente e soddisfaceva ogni sua voracità di profitto, naturalmente a scapito dell’esistenza di milioni di disgraziati suoi connazionali. Nel 1997 Suharto fece l’errore delle sua vita: disobbedì al Tesoro americano (leggi Fondo Monetario Internazionale), una sola volta. L’allora Segretario di Stato di Clinton, Madeleine Albright, gli disse due parole secche. Fine di Suharto.
 
Torno in Italia. Io sono convinto che lo stesso meccanismo sia in opera col nostro capo di governo. Deve aver fatto qualcosa di non gradito a chi oltrefrontiera aveva scommesso su di lui. Forse non gli sta obbedendo, da troppo tempo, e la corda si è spezzata, dunque l’attacco del Times. C’è un’ipotesi ragionata (e qui documentata) che vale la pena considerare e ve la propongo come riflessione. Naturalmente, seguendo lo schema Suharto, per l’establishment degli investitori internazionali non è altrettanto facile sbarazzarsi di Berlusconi. Un dittatore al tuo soldo lo sciacqui giù dal lavandino con relativa semplicità, basta chiudere i rubinetti che lo foraggiano. Per un leader democraticamente eletto le cose sono molto più  complesse. Di mezzo c’è la sua gente (noi) che ahimè lo vota, e continua a votarlo. In quei casi la strategia è altra, e nel mondo anglosassone si chiama ‘character assassination’. Lo si dipinge sui maggiori media compiacenti come uno scandaloso incapace, si fanno cordate con alcuni media dell’opposizione interna, e si spera che in tal modo egli ne riceva un danno elettorale. Ma soprattutto gli si manda un messaggio, chissà mai che non si ravveda. Purtroppo per i manovratori, in questo caso hanno a che fare con gli italiani, e questo non l’avevano previsto. Ma continuiamo.
 
Berlusconi entrò sulla scena politica come il tipico Liberista economico (Liberal Economics), colui cioè che invoca privatizzazioni a raffica, tagli fiscali ai ricchi, botte ai sindacati, flessibilità ultras per i lavoratori, riduzione del ruolo del governo, deregulation selvaggia, socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. Nelle Corporate Boards della City di Londra come a Bruxelles fu un giubilo unico. Era il 1994, Tangentopoli aveva appena eliminato quella fastidiosa classe politica così statalista, popolana, centralista, che non piaceva affatto alla classe dei neoliberisti rampanti di Londra e Washington. L’ipotesi che Tangentopoli sia stata teleguidata dall’esterno proprio per far strada alla Liberal Economics sul modello Thatcher/Reagan, non è cospirazionismo da Internet; ne discussi molto seriamente una sera con l’ex magistrato del pool Gherardo Colombo, che già ne sapeva qualcosa. Torniamo al ’94. Dopo pochi mesi fu chiaro che l’uomo di Arcore era tutto meno che un purista del mercato. Prima cosa, nella sua compagine di governo troneggiavano (ancora oggi) partiti simil-nazionalisti con legami molto radicati con le classi medio-basse, e avversi al concetto di leadership finanziaria sovranazionale incontrastata. Secondo, e ancor più cruciale, Berlusconi non dava segno di voler trasformare la ricca Italia in una trincea del capitalismo speculativo d’assalto, col minor numero di regole possibili, e paradiso degli investitori selvaggi. E mai lo ha fatto. L’Italia dei tre mandati del Cavaliere rimane ancora oggi un Paese tradizionalista nel Capitale, nelle banche, zeppo di zavorre statali, poco profittevole (questo fra parentesi ci ha salvato dal crack finanziario USA, ma agli investitori frega nulla di noi cittadini e dei nostri risparmi, nda). L’ipotesi è dunque che nella stanza dei bottoni i famelici Padroni del Vapore si siano spazientiti dopo anni di frustrazione dei loro piani per l'Italia, ergo l’attacco del Times. Vediamo i fatti.
 
Siamo nel 2004, la prestigiosa e influente fondazione di destra neoliberale Stockholm Network di Londra pubblica un rapporto dove si legge “Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro (due teorici ultra Liberisti italiani, nda) sono delusi dalla differenza fra la retorica del Libero Mercato di Silvio Berlusconi e la sua reale capacità di fornire le tangibili riforme dell’ostinata burocrazia statale italiana” (1). Parole che trovano eco su decine di pubblicazioni della destra economica europea, sigle troppo oscure per questo contesto, ma tutte improntate a un senso di delusione verso le politiche economiche di Silvio. Passano due anni e il noto Economist (che non è quel bastione di progressismo che alcuni sciocchi qui pensano, nda) scrive: “L’Italia necessita urgentemente di riforme radicali, ma la coalizione di Berlusconi, che in  teoria doveva essere dedita al Liberismo economico, ha fatto quasi nulla nei suoi 5 anni al governo” (2). Da notare che siamo nel 2006, a poco dall’avvento del governo Prodi, che riceverà in quegli anni il plauso di una ridda di fanatici del Libero Mercato, come il Fondo Monetario Internazionale, e il motivo c’è: Prodi alla Commissione Europea fu uno dei falchi del Liberismo economico, e nella stanza dei bottoni sapevano bene a quel punto che per ottenere le radicali riforme del lavoro e della finanza, in Italia era sui dalemiani che bisognava puntare, visti i tentennamenti di Silvio. Dopo pochi giorni esce il tedesco Der Spiegel: “L’amministrazione Berlusconi non ha mai mantenuto le promesse di taglio alle tasse, ulteriori privatizzazioni, e riforme strutturali necessarie per aumentare la competitività e privare le burocrazie del potere”. (3)
 
Dopo pochissimo dall’elezione di Prodi, l’università di Harvard negli USA indice un seminario ultra neoliberal sull’economia italiana, presente anche Gianfranco Pasquino (ops!). Nella pubblicazione degli atti si leggono le parole di Alberto Alesina, professore ‘Nathaniel Ropes’ di politica economica nel prestigioso ateneo, che dopo aver ricordato i compiti futuri del bravo Prodi, dice: “L’Italia ha problemi gravissimi, ha bisogno di una iniezione di libero mercato con riforme economiche neoliberali… fra cui ridurre le tasse, tagli all’impiego pubblico e alle pensioni, rafforzare il settore dei servizi, e rendere più facili i licenziamenti”. (4) Cioè una pessima pagella, a suo dire, dei precedenti anni di Berlusconi, che anche l’Economist continuava  a definire “assai scarsi di riforme delle insostenibili pensioni e dell’inflessibile (sic) mercato del lavoro”, da parte di un leader “mai veramente interessato alle riforme” (5). Il fuoco di sbarramento contro il ‘disobbediente’ Cavaliere è a questo punto massiccio. Le bordate arrivano anche dagli USA, e proprio guarda caso allo scadere del breve mandato Prodi. Il Wall Street Journal, voce dei falchi fra i falchi della finanza di destra, scrive a pochi giorni dalle elezioni del 2008 che “Berlusconi ci ha deluso in economia durante il suo ultimo mandato”. La vicenda Alitalia sta infuriando, cioè, sta infuriando gli investitori esteri assetati di affari sul cadavere della nostra linea aerea, mentre Berlusconi osa ipotizzare una cordata italiana per il salvataggio. Scrive il WSJ: “Berlusconi la scorsa settimana se n’è uscito contro la vendita di Alitalia, e questo è un segnale di mancanza di dedizione alle riforme”…. “Air France-KLM volevano garanzie che i sindacati e i politici non bloccassero le dolorose ristrutturazioni (per i lavoratori, nda)” E dopo due righe di plauso per il compiacente Veltroni, il quotidiano dà l’affondo: “Berlusconi aveva promesso tagli alle tasse, riforme del mercato del lavoro e liberalizzazioni, ma ha fallito in tutto… Egli si è rivelato più un nemico corporativo del Libero Mercato che un Liberista economico disposto a fare ciò che è  necessario” (6)
 
Alitalia non va giù agli investitori internazionali, e infatti non poteva mancare la regina dei loro quotidiani, il Financial Times, che tenta nel settembre del 2008 di mandare un richiamo all’insubordinato Cavaliere, suggerendogli di “… seguire l’esempio della Thatcher, e di sfidare i sindacati a scoprire le carte, così da far scoppiare l’ascesso (sic) di 30 anni di relazioni sindacali italiane irresponsabili e dannose” (7). E ancora: “Nonostante la sua immagine da imprenditore neoliberale, Berlusconi, dicono i critici, si trova a suo agio a fare il dirigista statale, con l’Alitalia in primis. La compagnia viene consegnata a un gruppo italiano e sottratta ai compratori stranieri” (8) E che il Financial Times avesse anch’egli dichiarato una guerra permanente a Berlusconi, anche se con metodi decisamente più ortodossi di quelli del Times, lo dimostra quanto ha scritto poche settimane fa, con toni sprezzanti: “Il suo primo governo nel 1994 non ha combinato nulla. I suoi cinque anni al potere dal 2001 al 2006 sono stati noti per aver fallito di nuovo nell’introdurre in Italia le riforme Liberiste così essenziali al Paese per essere competitivo nell’eurozona” (9).
 
Ricordo a questo punto, per chi si fosse perso, che questo coro martellante che pronuncia sempre le parole magiche ‘riforme’ e ‘Liberismo’, altro non chiede se non la solita ricetta precedentemente descritta: privatizzazioni a raffica, tagli fiscali ai ricchi, botte ai sindacati, flessibilità ultras per i lavoratori, riduzione del ruolo del governo, deregulation selvaggia, socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti (come peraltro leggibile nelle dichiarazioni riportate). La ricetta, cioè, che di noi persone e del nostro sangue versato se ne fotte, e che pretende solo una cosa: Unlimited Corporate Profits. Ne è un esempio brillante una delle raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale (leggi il Tesoro USA) fatte all’Italia allo scadere del 2008, altro rimbrotto al Cavaliere. E’ profferta con un linguaggio omeopatico, ma la si può leggere fra le righe: “Gli autori apprezzano in Italia gli sforzi per diminuire la disoccupazione (nota dell’autore: si preoccupano dei nostri senza lavoro?). Gli autori incoraggiano una seconda tornata di riforme del mercato del lavoro, per rafforzare il legame fra redditi e produttività (nda: vale a dire il valore e la qualità di vita della persona misurato unicamente in termini di contributo al profitto altrui). Gli stipendi devono adeguarsi alle differenze regionali (nda: gabbie salariali, su cui il FMI insiste da tempo), il lavoro a tempo indeterminato deve essere più flessibile (nda: già praticamente non più in offerta, qui si chiede che sostanzialmente scompaia), in tandem con una rete di ammortizzatori sociali maggiorati (nda: ci risiamo, socializzare i danni e privatizzare i profitti, cioè lo Stato paga per la disperazione dei lavoratori, le aziende licenziano e si ri-quotano in borsa).” (10) Questa abiezione sociale è ciò che realmente si cela dietro alla parola ‘riformismo’ (Rutelli, Prodi e D’Alema + seguaci prendano nota).
 
Ma torniamo a Silvio Berlusconi. L’ultimo avvertimento gli giunge proprio dal Times il 7 maggio 2009, e in toni inequivocabili: “Nei suoi due maggiori mandati Berlusconi ha fallito nelle riforme così disperatamente urgenti in Italia… La UE e l’OECD continuamente rivelano l’eccessiva regolamentazione del business (in Italia, nda)… I lavoratori statali rimangono protetti… e le sue sbandierate riforme del sistema pensionistico sono state minimali… le tasse rimangono alte, e la resistenza del suo governo a tagliare la spesa pubblica è enorme” (11).
 
Tre settimane dopo, il possente quotidiano britannico perderà di colpo la sua celebrata compostezza dopo 224 anni, e dalle sue pagine partirà un attacco sgangherato e volgare a Silvio Berlusconi. Vi si leggerà che è “un clown”, “un buffone sciovinista”, un playboy patetico, la cui performance con le signorine e nei confronti degli italiani curiosi della vicenda Noemi è inaccettabile, per il bene della democrazia e del mondo intero. Certo, come no.
 
E così, di nuovo, l’Italia antagonista di sinistra si è fatta infinocchiare degli isterismi dei D’Avanzo, Travaglio e Santoro, Grillo e compagnia, ha di nuovo eletto a suo paladino l’ennesimo baraccone di destra neoliberale (dopo Freedom House), e insiste nell’ignorare che ciò che gli sta corrompendo la vita non è il lodo Alfano, o Emilio Fede, né il burattino Berlusconi, ma sua maestà Il Burattinaio, leggi Liberal Economics and Corporate Power. Eppure Clinton ce l’aveva detto: “It’s the economy, stupid”.
 
 
Nota a margine per l’Egregio direttore del Times:
 
“Sir, non mi risulta che negli anni cha vanno dal 1997 al 2007 il Suo giornale abbia mai usato termini così aggressivi per Mr Tony Blair, PM, mentre si rendeva corresponsabile di crimini contro l’umanità (Turchia, Timor, Ex Yugoslavia, Iraq, Palestina, Afghanistan…) e di alto tradimento della patria mandando a morire truppe britanniche su basi mendaci, oltre ad aver ridotto le classi disagiate della Gran Bretagna a livelli di povertà “pre-Vittoriana” (The Guardian), tanto che l’organizzazione  Medecins du Monde ha dovuto aprire delle tende-cliniche di strada in diverse periferie urbane britanniche. Gradirei una spiegazione, Sincerely Yours, Paolo Barnard"
 
 
Note:
1) Stockholm Network, THE STATE OF THE UNION: MARKET-ORIENTED REFORM IN THE EU IN 2004
2) The Economist 7/01/2006
3) Der Spiegel 30/01/2006
4) April 20, 2006, Harvard Gazette
5) The Economist, Apr 3rd 2008
6) WSJ  MARCH 25, 2008
7) Financial Times, Sep 22 2008
8) FT, October 18 2008
9) FT, May 28 2009
10) INTERNATIONAL MONETARY FUND ITALY: Staff Report for the 2008 Article IV Consultation. Prepared by Staff Representatives for the 2008 Consultation with Italy. January 7, 2009
11) The Times, 07 May 2009
 
 
Paolo Barnard
 
 
June 16

Il “Golem” di Matteo Messina Denaro

 
Smantellata in un'operazione della polizia rete favoreggiatori latitante numero uno di Cosa nostra
 
Hanno preso a prestito un nome che appartiene alla mitologia ebraica, Golem per l’appunto, gli investigatori della Polizia che hanno dato questo nome in codice ad una operazione condotta poche ore addietro è che è stata conclusa smantellando una parte, una buona parte, dell’organizzazione mafiosa della Valle del Belice, quella direttamente sotto al controllo del capo mafia latitante Matteo Messina Denaro.
 
Golem perché in ebraico significa anche robot, e le 13 persone arrestate agivano sotto gli ordini di Matteo Messina Denaro, servi, dotati di una straordinaria forza e resistenza, pronti a portare in giro la “verità” come la vede il latitante che nel tempo si è macchiato, in nome di questa sua verità, dei più orrendi delitti, mandante e autore di stragi come quelle del 1993 di Roma, Milano e Firenze.
 
Stamane, nelle province di Trapani, Palermo, Roma e Piacenza, investigatori appartenenti al Servizio Centrale Operativo e delle Squadre Mobili di Trapani e Palermo, al termine di articolate indagini (esperite principalmente in provincia di Trapani), hanno eseguito 13 ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dalla competente Autorità giudiziaria, la Procura antimafia di Palermo, nei confronti di altrettanti indagati, ritenuti responsabili, a vario titolo, dei delitti di associazione di tipo mafioso, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di società e valori.
 
Le complesse attività hanno consentito di individuare ruoli, strategie, modalità operative di “cosa nostra” trapanese, proiettata ad assumere condotte illecite, funzionali alla realizzazione degli interessi dell’associazione medesima, capitanata dal boss trapanese Matteo Messina Denaro, vertice della struttura colpita,  ed attualmente latitante. In particolare, i destinatari dei provvedimenti restrittivi sono esponenti strategici delle  famiglie mafiose di Campobello di Mazara e di Castelvetrano, storiche roccaforti del capomafia ricercato da 16 anni, dal 1993, da sempre “cosche” protagoniste delle più significative dinamiche mafiose nella provincia di Trapani
 
I soggetti arrestati hanno svolto, primariamente, un fondamentale ruolo nel sostegno alla latitanza di Messina Denaro, assicurandogli, tra le altre cose, il mantenimento di riservati canali di comunicazione con i componenti di vertice di “cosa nostra” palermitana. L’azione di copertura si è anche sostanziata attraverso la fornitura di  documenti d’identità falsi al ricercato, per consentirgli di eludere le indagini. Le attività di indagine hanno permesso, inoltre, di riscontrare una insistente azione estorsiva da parte di un cugino del latitante, Mario Messina denaro, 57 anni, imprenditore caseario di Castelvetrano, mediante imposizione di tangenti ad imprenditori locali, nonché di scoprire un traffico di sostanze stupefacenti tra la capitale ed il territorio trapanese.
 
Contestualmente sono stati perquisiti altri soggetti in libertà per i medesimi reati. Analoghe operazioni sono state eseguite in diversi Istituti di pena, con la collaborazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, nei confronti di 37 detenuti di area trapanese, essendosi manifestate, nel corso delle indagini, comunicazioni dal mondo carcerario verso gli indagati. Uno dei risvolti dell’indagine è stato quello di mostrare la possibilità di Messina Denaro di colloquiare attraverso i classici “pizzini” con i boss detenuti anche al 41 bis. Tra i soggetti coinvolti Mariano Agate, Vincenzo Virga, cpai delle famiglie di Mazara e Trapani, e il killer Vito Mazzara che di recente ha avuto annullato l’ordine di cattura per il delitto di Mauro Rostagno, ma resta in carcere a scontare ergastoli per altri omicidi, come quello dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, ucciso l’antivigilia di Natale del 1995, la sua morte fu il regalo di Natale dei mafiosi liberi a quelli detenuti al carcere duro.
 
Nell’ambito dell’operazione Golem è stato disposto il sequestro di un’impresa olearia di Campobello con beni immobili annessi, per un valore di circa 2 milioni di euro, fittiziamente intestata a terze persone, al fine di sottrarre il patrimonio mafioso ad eventuali aggressioni di carattere patrimoniale da parte degli inquirenti.
 
 
Rino Giacalone
 
 
 
Operazione Golem, la messaggeria di Matteo Messina Denaro
 
Uno dei principali protagonisti dell’operazione Golem finito in manette è un killer di Cosa Nostra, Francesco Luppino, cinquantenne di Campobello, finito scarcerato due anni addietro grazie all’indulto. Era accusato di un delitto, ma all’epoca in cui fu condannato non c’era la previsione del 416 bis, era un delitto di mafia, ma non si poteva contestare l’associazione mafiosa. E non risultando la contestazione del 416 bis, al momento dell’indulto è stato beneficiato. Ma altrettanto importanti sono gli altri 12 finiti in manette. A cominciare dal capo mafia di Campobello di Mazara, l’anziano settantenne Leonardo Bonafede. Campobello è il Comune del Belice più vicino a Castelvetrano. Geograficamente ma non solo, anche per le dinamiche e le alleanze mafiose. Campobello di Mazara è “terra” di Matteo Messina Denaro, non per nulla suo fratello, l’ex preposto di banca, Salvatore Messina Denaro, è qui a Campobello che abita.
L’operazione odierna rientra in un più ampio dispositivo predisposto dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza per il contrasto alla criminalità organizzata di tipo mafioso,  le cui conseguenti linee operative sono affidate alla Divisione Centrale Anticrimine che agisce attraverso il Servizio Centrale Operativo e le strutture investigative territoriali della Polizia di Stato.  In altre parole, per non usare solo quelle del comunicato del Viminale, gli arresti scaturiscono da una attività di intelligence condotta da quello speciale gruppo investigativo, composto da poliziotti delle Squadre Mobile di Trapani e Palermo, e dagli agenti dello Sco,  per dare la caccia al latitante Matteo Messina Denaro.   A cadere nella rete sono stati in particolari i “postini” del capo mafia latitante. La sua “messaggeria” personale è finita in cella.
 
Gli arrestati del blitz antimafia Golem sono:
 
BARRUZZA Vito Angelo, nato a Baden (Svizzera) il 6 ottobre 1964 e residente a Piacenza, pregiudicato;
BONAFEDE Leonardo, nato a Campobello di Mazara il 1° febbraio 1932, ivi residente,
BONETTO Giuseppe, nato a Marsala (TP) il 24 aprile 1955 e residente a Castelvetrano, imprenditore;
CATALDO Lea, nata a Campobello di Mazara il 9.9.1962 ed ivi residente;
DELL’AQUILA Salvatore, nato a Campobello di Mazara il 1° luglio 1961, ivi residente;
FERRANTE Leonardo, nato a Trapani il 20 novembre 1944 e residente a Partanna nella c.da Vallesecco;
INDELICATO Franco, nato a Campobello di Mazara (TP) il 15 febbraio 1969 ed ivi residente;
INDELICATO Giuseppe, nato a Castelvetrano (TP) il 19 aprile 1973 ed ivi residente
LUPPINO Aldo, nato a Campobello di Mazara (TP) il 16.04.1947 ed ivi residente, imprenditore ;
LUPPINO Francesco, nato a Campobello di Mazara (TP) il 6 gennaio 1956 ed ivi residente , pregiudicato, sorvegliato speciale di P.S.;
MADONIA Giovanni Salvatore, nato a Castelvetrano (TP) il 5 marzo 1965 ed ivi residente;
MESSINA DENARO Mario, nato a Castelvetrano (TP) il 21 luglio 1952 ed ivi residente , imprenditore caseario;
NARDO Domenico, nato a Roma il 18 marzo 1959, detto “Mimmo”, ivi domiciliato, pregiudicato.
 
Nei loro confronti le accuse a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti,   trasferimento fraudolento di società e valori e altri gravi reati.  E’ scattato il sequestro di beni riconducibili all’organizzazione 
 
I particolari. E’ stata una telecamera piazzata davanti all’ingresso di un oleificio di Campobello di Mazara a svelare una serie di summit di mafia che periodicamente lì si sono svolti. Anche nelle ore notturne, ma non solo, in pieno giorno talvolta i complici del boss si incontravano o lì si davano appuntamento per poi raggiungere altri posti. Gli investigatori hanno avuto a disposizione anche una serie di “pizzini”, hanno intercettato buona parte dei contatti tra Messina denaro e Bernardo Provenzano, e ancora tra il boss di Castelvetrano ed i padrini di Palermo, Sandro e Salvatore Lo Piccolo quando questi soggetti erano latitanti. Proprio intercettando i pizzini i poliziotti hanno fatto le scoperte più interessanti, tra i coinvolti nel fare da postino ci sarebbe un funzionario dell’ispettorato regionale all’agricoltura di Trapani, Girolamo “Mimmetto” Coppola, fratello di un professore finito già condannato per mafia. Il nome di “Mimmetto” Coppola si è fatto spesso nell’ambito del processo per mafia dove è imputato l’ex vice presidente della Regione Bartolo Pellegrino, Coppola fu uno dei componenti della sua segreteria quando Pellegrino sedeva al Governo della Regione. Altro particolare quello che i “Pizzini” di Messina Denaro sono giunti fin dentro le carceri, nelle celle del 41 bis. E assieme agli arresti, la magistratura ha disposto le perquisizioni nelle carceri ed il trasferimento di una trentina di detenuti, spostati di carcere in particolare i boss mafiosi della provincia di Trapani. Anche quelli che un giorno all’Ucciardone inneggiarono a Messina Denaro mentre nella rete della giustizia cadevano i boss palermitani. Un applauso per dire che Messina Denaro era il più forte.
 
L’importante operazione ha consentito di individuare ruoli, strategie, modalità operative di “cosa nostra” trapanese proiettata, tra le altre cose, a realizzare condotte illecite, funzionali alla realizzazione degli interessi e delle attività dell’associazione medesima. I soggetti catturati sono elementi di primo piano organici a “famiglie” mafiose della provincia di Trapani. Le indagini della Polizia di Stato hanno confermato l’importanza strategica delle famiglie di Castelvetrano e di Campobello di Mazara nel sostegno alla latitanza del boss Messina Denaro. Le indagini del Servizio Centrale Operativo e delle Squadre Mobili di Trapani e Palermo, inoltre, hanno permesso di svelare la realizzazione di condotte dirette all’approvvigionamento di fondi e al reinvestimento di capitali, all’acquisizione e al controllo di attività economiche per  la realizzazione di indebiti  profitti. E’ pure emersa l’esistenza di un traffico di stupefacenti tra la Capitale e la provincia di Trapani, sempre finalizzato al mantenimento in vita della menzionata organizzazione criminale. 
 
I viaggi all’estero. In questi 16 anni di latitanza il boss Matteo Messina Denaro è riuscito a lasciare l’Italia e a recarsi all’estero. A favorirlo fornendolo di passaporto, falso, un fine falsario romano anche lui tra i 13 arrestati, Domenico Nardo. Messina Denaro sarebbe riuscito a giungere anche in Venezuela, dove la mafia trapanese ha una sua “colonia”. In quella cosca si nascondevano due mafiosi belicini arrestati dalla Polizia di Trapani durante le indagini, Vincenzo Spezia e Francesco 
 
Le estorsioni. Gli investigatori della Polizia di Stato hanno, altresì, scoperto varie attività delittuose tra le quali una pressante azione estorsiva posta in essere dalla cosca castelvetranese nei confronti di un imprenditore edile locale con richiesta di “pizzo” pari a 100.000 euro, per i lavori di costruzione di  numerosi immobili.
 
 
Rino Giacalone
 
 
 
Golem, i protagonisti della mafia belicina
 
Tutti a sostegno del boss latitante Matteo Messina Denaro. La “testa dell’acqua” come viene chiamato, oppure “olio”, o ancora “Diabolik”. Rispettato quasi come se fosse un santo, il papa della mafia trapanese quella che dopo avere ucciso, compiuto stragi, è diventata la mafia delle imprese, essa stessa impresa. 
 
I più fedeli del boss Leonardo “Nanai” Bonafede e Franco Luppino, “elementi apicali della “famiglia” mafiosa di Campobello di Mazara. A costoro, tra le altre cose, era stato demandato il delicatissimo ruolo di veicolare notizie tra MESSINA DENARO Matteo ed i vertici assoluti della “cosa nostra” palermitana, tra cui, da ultimo, LO PICCOLO Salvatore e Sandro.
 
Le indagini hanno svelato l’esistenza di un’organizzazione ben strutturata, basata su una fitta trama di relazioni personali nella quale la natura dei rapporti e degli interessi, nonché la frequenza dei contatti ed il contenuto stesso delle conversazioni captate hanno attestato che ciascun personaggio ricopriva un preciso ruolo e godeva, rispetto agli altri, di conseguenti poteri, carisma e prestigio. “E’ stato, così, possibile ricostruire non soltanto uno spaccato delle frequentazioni – dicono gli investigatori - ma anche un’articolata rete di relazioni interpersonali, caratterizzate da stabilità e costanza, che è possibile ricondurre principalmente all’aggregato mafioso di stanza nel territorio di Campobello di Mazara, roccaforte storica di MESSINA DENARO Matteo, così come lo era stata del padre, morto da latitante, MESSINA DENARO Francesco”.
 
A suggellare ogni buona intesa un pranzo “riservatissimo”, avvenuto, nella primavera del 2007, in una villa della campagna campobellese, posta a disposizione da INDELICATO Franco e DELL’AQUILA Salvatore, e, poi, dall’ospitalità che il LUPPINO Franco ha fornito, nell’estate dello stesso anno, ad alcuni stretti parenti del LO PICCOLO, nella località balneare di Tre Fontane. Contatti, propedeutici all’incontro che, il 5 novembre 2007, LUPPINO avrebbe dovuto avere con i LO PICCOLO in località Giardinello, e non avvenuto a causa del blitz della Polizia di Stato che portò alla cattura degli allora latitanti Lo Piccolo.  Luppino accortisi della Polizia davanti la villa dei boss, riuscì in fuggire in tempo.
Un altro particolare dell’operazione Golem è la scoperta del “falsario” personale di Messina Denaro. Il romano Domenico Nardo. A lui Messina Denaro si affidò per la falsificazione dei suoi documenti d’identità. Il Nardo, infatti, sebbene condannato per aver favorito, nel 1996, la latitanza del killer campobellese URSO Raffaele, grazie al fatto di risiedere a Roma ha, negli anni, proseguito nell’attività di sostegno riservatissimo alle attività criminali della famiglia mafiosa di Campobello e, soprattutto, ai latitanti di quell’area. NARDO non solo sarebbe stato il “tipografo” di MESSINA DENARO Matteo, ma abbia anche fornito documenti falsi ad altri soggetti, tra cui l’altro killer campobellese SPEZIA Vincenzo che, nel 1995, proprio grazie ad un passaporto falso fornito dal NARDO, si era potuto rifugiare in Venezuela. Nardo nell’estate del 2008, aveva partecipato ad un vero e proprio “summit” mafioso con il boss BONAFEDE Leonardo, nel corso del quale erano stati affrontati diversi argomenti - tra cui alcuni “favori” da realizzare nell’interesse di MESSINA DENARO Matteo - più volte rimandato nel tentativo, rilevatosi vano, di evitare che le Forze di Polizia ne potessero avere contezza.
 
 
L’uomo d’onore riservato. Oltre al supporto della “famiglia” mafiosa campobellese, le indagini hanno pure evidenziato come Matteo Messina denaro si sarebbe avvalso di  un riservato esponente delle “famiglia” mafiosa di Trapani, COPPOLA Girolamo, (indicato in codice nelle missive come MIMMO TP) funzionario presso l’Assessorato agricoltura della Regione Siciliana e fratello del pregiudicato COPPOLA Filippo.
 
I rapporti con i boss detenuti. In un pizzino Messina Denaro parlando dei boss detenuti così scrive:: “… io non andrò mai via di mia volontà, ho un codice d’onore da rispettare. Lo devo a Papà e lo devo ai miei principi, lo devo a tanti amici che sono rinchiusi e che hanno ancora bisogno, lo devo a me stesso per tutto quello in cui ho creduto e per tutto quello che sono stato. Ad onore del vero se avessi voluto già me ne sarei andato da tempo, ne avevo la possibilità, solo che non ho mai tenuto in considerazione quest’ipotesi perché non fa parte di me ciò; io starò nella mia terra fino a quando il destino lo vorrà e sarò sempre disponibile per i miei amici, è il mio modo tacito di dire a loro che non hanno sbagliato a credere in me. …”.
 
E l’operazione i contati li ha accertati. E come si è smantellata la rete esterna di postini e complici del latitante, gli sono stati tolti i riferimenti dentro alcune celle. In 15 Istituti Penitenziari della Lombardia, del Piemonte, del Friuli Venezia Giulia, del Lazio, dell’Umbria, dell’Abruzzo, della Campania, della Calabria e della Sicilia, sono state eseguite 37 perquisizioni nei confronti di altrettanti detenuti ritenuti essere strettamente legati a MESSINA DENARO. Tra costoro figurano: Mariano Agate, Filippo Guttadauro, cognato del latitante, Vincenzo Virga, Vito Mazzara.
 
 
Rino Giacalone
 
 
June 15

I «No base» a processo, Berlusconi tra i testimoni

 
VICENZA - La protesta con tro la base Usa al Dal Molin var cherà mercoledì la soglia di un tribunale: non per uno dei tan ti ricorsi al Tar presentati dai comitati, ma questa volta per un processo che vedrà sul ban co degli imputati decine di atti visti che il 16 gennaio del 2008 occuparono simbolicamente la prefettura di Vicenza. La pri ma udienza è fissata per mer coledì prossimo, 17 giugno, al tribunale del capoluogo, e il Presidio annuncia che terrà fe de a quanto già dichiarato da tempo: fare delle udienze un «processo politico» in cui rove sciare le accuse verso i fautori della base americana. Chia mando in causa anche nomi eccellenti.
 
«Il pool di oltre die ci avvocati che assiste i No Dal Molin ha proposto al giudice una serie di testimoni, fra cui l’ex ministro Arturo Parisi, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi e l’ex premier Ro mano Prodi. I tre non hanno mai voluto venire a Vicenza a spiegare perché la città berica dovrebbe accettare l’imposizio ne di una nuova base militare – spiega Marco Palma del Presi dio - . Ma oltre a loro gli avvoca ti vogliono far parlare come te sti anche tecnici, giuristi, gior nalisti, ingegneri, per ricostrui re l’iter secondo noi illegittimo che ha portato alla decisione di costruire la base. Solo rico struendo tutto questo potre mo spiegare le motivazioni che hanno portato all’occupa zione.
 
Al giudice ora spetterà la decisione di convocare o me no i testi indicati dalla difesa». Fra gli avvocati che si sono messi a disposizione degli atti visti pacifisti c’è anche Aurora D’Agostino, consigliere comu nale a Padova per i Verdi e can­didata sindaco alle ultime ele zioni amministrative. Sono trentacinque le persone accu sate, fra gli altri capi d’imputa zione, di violazione di domici lio e interruzione di pubblico servizio: il 16 gennaio di un an no fa salirono le scale della pre fettura e si incatenarono all’in terno del palazzo di contrà Gaz zolle, una forma di protesta per ricordare che un anno pri ma il premier Romano Prodi aveva dato il via libera alla nuo va base militare americana, ce dendo all’ultimatum dell’allo ra ambasciatore Usa Ronald Spogli. «L’occupazione della prefettura del 16 gennaio 2008 ha segnalato, dopo un anno dall’arrogante scelta di Roma no Prodi, la volontà dei vicenti ni di continuare a difendere la propria terra dall’imposizione del progetto militare; e ha ri cordato che la sovranità su un territorio appartiene alla comu nità che lo abita, non a un go­verno incapace di ascoltare la voce delle donne e degli uomi ni della nostra città» dicono i presidianti.
 
Il giorno precedente al l’udienza, martedì prossimo, il movimento tornerà in piazza, con una fiaccolata che partirà alle otto e mezza di sera da piazza Castello e attraverserà il centro storico: lo slogan sarà «Siamo tutti colpevoli di ama re Vicenza». Anche la mattina seguente, alle nove, la trentina di attivisti accusati per l’occu pazione saranno accompagna ti da una delegazione del movi mento contro la base. «Quel l’occupazione, durata poco più di un’ora, rappresenta la vo glia di dignità di Vicenza, calpe stata da un governo lontano e arrogante verso cittadini» dico no a Ponte Marchese. Sono quasi pronte le centinaia di ma gliette che saranno indossate alla fiaccolata e in tribunale: «Anch’io ho occupato Vicen za », questa la scritta che sarà stampata sulle T-shirt.
 
 
Giulio Todescan
 
 
 
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