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    July 04

    Si torna in piazza




    Dunque, ci siamo. Tra poche ore sarà il 4 luglio; sta arrivando, questa giornata, nell’assordante silenzio della politica che, evidentemente, guarda a Vicenza come a un luogo lontano; fuori dal mondo: mentre da tutta Italia giungono adesioni, coloro che dovrebbero ascoltare le storie di questo Paese si tappano le orecchie. Difficile, del resto, ascoltare una comunità che non accetta l’imposizione, che sfida chi vuol governare con l’arroganza, che vuol prendere in mano il futuro della propria terra.
     
    E, forse, la questione centrale è proprio questa: che in un tempo di crisi che non è soltanto economica, ma prima di tutto sociale e politica, ci sono migliaia di donne e uomini che abbandonano il divano, spengono il televisore e si ritrovano sotto un tendone, il Presidio Permanente. Cittadini scomodi per chi – da destra a sinistra - vorrebbe gestire la politica come un reality show e si ritrova di fronte coloro che non vogliono stare a guardare. Perché, in fondo, quel che a chi governa non piace è che vogliamo partecipare, rifiutandoci di accettare il loro diktat.
     
    Ed è, partecipare, quel che faremo sabato prossimo. Torneremo in strada per metterci la faccia, per rispondere a chi ci chiede di arrenderci di fronte all’imposizione; perché, dicono, il timbro governativo mette tutto a posto: come se una firma sul faldone “Dal Molin” potesse far scomparire l’assenza di democrazia, di trasparenza, di informazione che ha caratterizzato questa vicenda. Come se quel timbro potesse giustificare e legittimare i danni ambientali che provocherebbe la realizzazione della base di guerra.
     
    Non è e non sarà così; l’abbiamo detto il 17 febbraio 2007: resisteremo un minuto in più. Saremo dei polentoni, per chi ci guarda da Palazzo Chigi, ma siamo anche dei gran testardi; e sabato prossimo vogliamo far vedere quanto siamo determinati: loro che usano ogni strumento per imporci l’installazione militare, noi che, forti del nostro essere comunità, useremo ancora una volta la nostra creatività.
     
    Pentole e cartelli, bandiere e t shirt: sarà un corteo colorato, ma soprattutto sarà un corteo determinato. Chi voleva sradicare alla radice il dissenso locale se ne faccia una ragione: la comunità dei pazzi NoDalMolin torna in piazza; lo fa per continuare a sognare.
     
     
     
    June 30

    Banche Armate 2009

     
    Triplicati per le banche italiane i compensi di intermediazione sulla vendita di armi all’estero. Abbiamo letto in esclusiva la relazione. Ed ecco i dati
     
    Banca nazionale del Lavoro, Intesa-San Paolo e Unicredit: sono le principali banche italiane coinvolte nel commercio di armi. Nulla di illegale - intervengono in operazioni regolarmente autorizzate - ma si tratta evidentemente di attività da non pubblicizzare troppo, tanto che sono stati gli stessi istituti di credito a chiedere al governo di non rendere pubblica la Relazione del ministero dell'Economia e delle Finanze su esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, che invece la Voce ha potuto leggere. E le "banche armate", sulla scia del grande aumento dell'export di armi made in Italy e sfruttando l'onda lunga dell'aumento delle spese militari sostenuto dal governo di centro-sinistra di Prodi (+ 22%, in due anni), hanno fatto grandi affari, triplicando i «compensi di intermediazione» che hanno incassato dai fabbricanti di armi.
     
    Nel corso del 2008, infatti, sono state autorizzate 1.612 «transazioni bancarie» per conto delle aziende armiere, per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro (nel 2007 erano state la metà, 882, per 1.329 milioni). A questi vanno poi aggiunti 1.266 milioni per «programmi intergovernativi» di riarmo (cioè i grandi sistemi d'arma costruiti in collaborazione con altri Paesi, come ad esempio il cacciabombardiere Joint Strike Fighter - Jsf - per cui l'Italia spenderà almeno 14 miliardi nei prossimi 15 anni), quasi il doppio del 2007, quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di "movimenti" di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5%, in base al valore e al tipo di commessa.
     
    La regina delle "banche armate" è la Banca Nazionale del Lavoro (del gruppo francese Bnp Paribas) con 1.461 milioni di euro. Al secondo posto si piazza Intesa-San Paolo di Corrado Passera, già braccio destro di Carlo De Benedetti ed ex amministratore delegato di Poste Italiane, con 851 milioni (a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia , parte del gruppo), per lo più relativi a «programmi intergovernativi»: il cacciabombardiere Eurofighter, le navi da guerra Fremm e Orizzonte, gli elicotteri da combattimento Nh90 e diversi sistemi missilistici.
    Eppure due anni fa il gruppo aveva dichiarato che, proprio per «dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell'opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche», cioè la campagna di pressione alle banche armate, avrebbe sospeso «la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d'arma pur consentite dalla legge».
     
    «Si tratta di transazioni relative a operazioni sottoscritte e avviate prima dell'entrata in vigore del nostro codice di comportamento e che dureranno ancora a lungo», è la spiegazione che fornisce Valter Serrentino, responsabile dell'Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San Paolo. Anche Unicredit negli anni passati aveva ripetutamente annunciato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere, eppure nel 2008 è stata la terza "banca armata" italiana, con 606 milioni di euro. Nessuna dichiarazione di disimpegno invece da parte della Banca Antonveneta, che lo scorso anno ha movimentato 217 milioni. Mentre piuttosto ambigua è la situazione del Banco di Brescia: nel 2008 ha gestito per conto delle industrie armiere 208 milioni di euro benché il gruppo di cui fa parte dal 1 aprile 2007, Ubi (Unione Banche Italiane), nel suo codice di comportamento abbia stabilito che «ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall'intrattenere rapporti relativi all'export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all'Unione Europea o alla Nato» e che «siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri armamenti quali bombe, mine, razzi, missili e siluri».
     
    «La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale - spiega Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility di Ubi - ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca», cioè l'industria armiera, non si trovi «in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato».
    Ma i dubbi restano. «Da quando, lo scorso anno, è sparito dalla Relazione il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito - spiega Giorgio Beretta, analista della Rete italiano Dísarmo - è impossibile giudicare l'operato delle singole banche. Senza quell'elenco, infatti, i loro codici di comportamento non sono comprovati dal riscontro ufficiale che solo la Relazione del governo può fornire».
     
     
    Luca Kocci
     
     
    June 29

    Le virtù energetiche del gas ottenuto dagli oli esausti

     
    Trasformare gli oli esausti, i liquidi antigelo o perfino le acque fognarie e i liquami agricoli in combustibile "pulito" ed economico: miraggio o concreta possibilità? La risposta proviene dagli Usa ma ha un "padre" italoamericano e si chiama MagneGas. Il nome designa un gas ottenuto appunto dai liquidi di scarto, e in grado, secondo i responsabili dell' omonima corporation che ha la sua sede a Clearwater in Florida, di sostituire il gas naturale (metano) come combustibile per autoveicoli e per usi domestici. Il tutto smaltendo e riciclando liquidi di rifiuto pericolosi per l' ambiente. Sarebbe una piccola rivoluzione energetica che già è al di là delle semplici sperimentazioni: a Clearwater ci sono già alcuni impianti pilota che hanno ricevuto attestazioni e superato numerosi test fra i quali quelli dell' Epa (l' agenzia governativa per la protezione dell' ambiente) che confermano i bassi livelli di residuo inquinante. Gli ambiti applicativi vanno dalla trazione per autoveicoli agli impieghi domestici (cottura dei cibi, riscaldamento dell' acqua) e poi fino alla produzione di elettricità verde. Creatore del MagneGas è Ruggero Maria Santilli, fisico nato in provincia di Isernia poi trasferitosi negli Stati Uniti per insegnare all' Università di Boston, quindi al Mit, e infine, come fisico teorico, al dipartimento di matematica dell' Università di Harvard. Oggi Santilli è Ceo di MagneGas Corporation, ed è impegnato a tempo pieno nella promozione della sua creatura. «La tecnologia che consente la produzione del MagneGas, chiamata Plasma Arc Flow ci spiega viene sviluppata in appositi reattori adronici molecolari (gli adroni, dal greco adrós, forte, sono particelle subatomiche) nei quali i liquidi di scarto sono sottoposti con un arco voltaico a intense scariche elettriche con temperature che raggiungono circa i 5.500 gradi centigradi, e a una forte luce ultravioletta. Per il fenomeno chimico della ionizzazione, cioè della perdita di determinati elettroni da parte degli atomi, parte dei liquidi vengono trasformati in gas». Nel macchinario PlasmaArcFlow si crea un gas più leggero dell' aria, il Magnegas, che viene fatto salire in una torre di raccolta e convogliato in serbatoi ad alta pressione per l' utilizzo come combustibile. Il liquido residuo depositato sul fondo, se molto inquinante (come gli oli esausti), può essere eliminato del tutto, facendolo ripassare nell' arco voltaico fino alla completa disgregazione dei componenti atomici, oppure viene depurato con filtri a sabbia o centrifughe ed utilizzato per l' irrigazione in agricoltura o essere rilasciato senza pericolo nell' ambiente, come già avviene in diverse aree degli Usa. «Stiamo cercando partnership in tutto il mondo dice Santilli e avviato le procedure presso la borsa di Londra per avviare una public company. Il tutto per sviluppare impianti pilota anche in Europa e ottenere le certificazioni necessarie dalla Ue».
     
     
    Gianluca Sigiani
     
    June 25

    Scacco al clan Gionta: in cella 28 affiliati e un militare-talpa

     
    Un´altra spallata al clan Gionta, un altro blitz nella roccaforte della camorra di Torre Annunziata. Polizia e carabinieri hanno assediato il quartiere delle carceri, nel cuore della città antica, e all´alba sono finite in manette 11 persone. Altre 16 ordinanze, invece, sono state consegnate in carcere ad uomini già detenuti sotto il peso di altre accuse. Un provvedimento è stato notificato ad un detenuto agli arresti domiciliari a Perugia. L´ultimo, Umberto Onda, è riuscito a scappare di nuovo alla cattura.
     
    In cella sono finiti i narcos della cosca, ma anche un militare in servizio presso la compagnia dei carabinieri di Torre Annunziata, già trasferito da tempo. Per lui, Alfredo Carbutti, originario di Castellabate, la pesante accusa di aver informato delle attività investigative il capoclan Pasquale Gionta, secondo figlio di Valentino. Un carabiniere-talpa che forniva informazioni preziose ricevendo in cambio danaro dall´organizzazione.
     
    Il blitz è giunto al termine di un´indagine capillare condotta dal commissariato di polizia di Torre Annunziata e dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli, basata anche sulle precedenti inchieste, e arricchita da nuovi sviluppi legati ai traffici illeciti della camorra a Torre Annunziata. Una camorra che, nonostante le decine di arresti e la cattura di quasi tutti i capi, si è dimostrata ancora viva e potente.
     
    Le 29 persone accusate di associazione a delinquere di stampo camorristico vengono considerate pedine fondamentali del clan Gionta, sebbene siano tutte molto giovani. E´ l´esercito dei narcos, i soldati che permettevano alla famiglia di "don Valentino" di continuare a gestire le piazze dello spaccio e a incassare proventi illeciti. Anzi, si è accertato che nonostante il pressing delle forze dell´ordine, la cosca continuava a gestire affari che fruttavano mediamente 170 mila euro al giorno.
     
    Molti degli indagati sono già finiti nelle inchieste "Altamarea" (88 arresti) e "Fort Apache" (21 arresti), indagini che, sempre a Torre Annunziata, portarono alla cattura di buona parte dell´esercito dei pusher della cosca di Palazzo Fienga e dei vertici dell´organizzazione. Alcuni degli indagati erano stati anche scarcerati, ma adesso tornano in cella, con l´aggravante dell´associazione camorristica.
     
    Dei destinatari di ordinanze di custodia cautelare, sedici sono già detenuti (tra questi anche Pasquale Gionta, ritenuto il reggente della cosca almeno fino al suo arresto). Sfuggito alla cattura Umberto Onda, latitante dal 2007 e destinatario di un´ordinanza per duplice omicidio.
    Tra i nomi eccellenti spiccano quelli di Pasquale Gionta rampollo del clan, Aldo Matrone, cugino di Gionta, Guglielmo e Luigi Arcobelli, personaggi di primo piano della cosca e Francesco Ieni, 27 anni esponente mafioso di Catania.
     
     
    ECCO LA LISTA DELLE PERSONE ARRESTATE
     
    Vincenzo Annunziata 28 anni
    Domenico Settimo 23 anni
    Salvatore Gallo 24 anni
    Pasquale Savino 19 anni
    Pasquale Aiello 59 anni
    Vittorio Marotta 28 anni
    Gennaro Troncato 23 anni
    Fulvio Della Ragione 26 anni
    Agnello Di Salvatore 20 anni
    Gennaro Cosenza 26 anni
    Giuseppe Di Ronza 34 anni
    Angelo Muscerino 27 anni
    Carmine Montemurro 53 anni
    Maurizio Nasto 35 anni
    Raffaele Sperandeo 21 anni
    Salvatore Montemurro 24 anni
    Ferdinando Raia 29 anni
    Alfredo Carbutti 52 anni
    Guglielmo Arcobelli 43 anni
    Antonio Guarro 30 anni
    Gioacchino Sperandeo 45 anni
    Carlo Caglia Ferro 36 anni
    Antonio Onda 27 anni
    Giuseppe Solimeno 39 anni
    Luigi Arcobelli 40 anni
    Pasquale Gionta 32 anni
     
     
    Gianluca De Martino
     
     
    June 20

    Quell'invito del premier a Patrizia "Vai ad aspettarmi nel letto grande"

     
    Nelle registrazioni audio che la D'Addario ha eseguito a Palazzo Grazioli
    sono raccontati gli incontri col premier. Si distingue la voce del premier
    La mattina dopo, lui la chiama. Lei ha la voce rauca: "Strano, questa notte non ho sentito strilli"
     
    Cosa documentano le registrazioni audio che Patrizia D'Addario ha clandestinamente inciso nell'autunno dello scorso anno a Palazzo Grazioli e quindi consegnato alla Procura di Bari a sostegno dell'attendibilità del racconto delle sue due visite?
    La magistratura, mercoledì scorso, le ha secretate, apponendo i sigilli agli originali dei nastri su cui sono incise, e ha disposto che non ne venissero effettuate le trascrizioni. Negli ultimi otto mesi, quelle registrazioni sono state libere da vincoli, perché nella piena ed esclusiva disponibilità della donna.
     
    Ora, tre fonti diverse e indipendenti che hanno avuto nel tempo accesso diretto all'ascolto delle registrazioni, o, quantomeno, ad alcuni dei loro passaggi salienti, riferiscono a Repubblica parte del contenuto. Con indicazioni coincidenti. A cominciare dalla cattiva qualità del sonoro, disturbato da fruscii di fondo.
     
    Eccone dunque il dettaglio.
    Ottobre 2008. Patrizia D'Addario è per la prima volta a Palazzo Grazioli. La si ascolta mentre si presenta con un nome di battesimo che non è il suo ("Alessia", come racconterà al Corriere della Sera il 17 giugno scorso) al presidente del Consiglio, la cui voce, a sua volta, si riconosce benché sovrapposta ad una musica di fondo che accompagna la conversazione. La D'Addario dice di essere la titolare di un'agenzia immobiliare. Aggiunge che non è facile per una donna single mandare avanti un'attività di quel genere. Si sente quindi ancora la voce del presidente del Consiglio impegnato a mostrare quelli che si intuisce siano dei quadri.
     
    4 Novembre 2008. Patrizia D'Addario è per la seconda volta a Palazzo Grazioli. Non è un giorno qualunque. Mentre in Italia si fa notte, negli Stati Uniti mancano poche ore allo spoglio che dichiarerà presidente eletto Barack Obama.
     
    Si distingue la voce del presidente del Consiglio che si rivolge a Patrizia spiegandole che si assenterà per fare una doccia e mettere un accappatoio. Il presidente invita la donna ad aspettarlo nel "letto grande". Patrizia risponde affermativamente - "Sì nel letto grande" - aggiungendo un dettaglio che si riferisce al letto e non risulta comprensibile all'ascolto.
     
    Una successiva sequenza registra un qualche trambusto con voci di estranei che avvertono il presidente dell'elezione di Obama e lo sollecitano ai suoi impegni istituzionali. Patrizia - riferiscono due fonti diverse - spiegherà che il personale di Palazzo Grazioli ha urgenza di ricordare al presidente che è atteso da un appuntamento esterno. Una circostanza, questa, che per altro trova conferma in un dato obiettivo. In quelle ore, Silvio Berlusconi è atteso allo spazio Etoile a Roma dove la Fondazione Italia-Usa ha organizzato una serata ufficiale (ripresa in diretta da Skytg24) per la notte elettorale americana. Un evento cui partecipano almeno 500 ospiti, tra cui un centinaio di parlamentari, e onorata da un messaggio video dell'allora ambasciatore americano in Italia Ronald Spogli e a cui il Presidente del Consiglio (la cui presenza era stata annunciata da almeno due settimane) non arriverà mai.
     
    5 novembre 2008. Patrizia D'Addario registra una chiamata telefonica in entrata. Si riconosce la voce del presidente del Consiglio che le chiede "come va". La donna risponde di essere "un po' rauca". Il presidente, di rimando, si dice ironicamente sorpreso perché la notte precedente non ha sentito "strilli".
     
    Quello stesso giorno, c'è una seconda telefonata registrata. L'interlocutore di Patrizia è Gianpaolo Tarantini, l'imprenditore che le ha negato il compenso pieno (2000 euro) pattuito per la prima volta a Palazzo Grazioli ("Perché non ero rimasta", spiega lei nella sua intervista al "Corriere della Sera"). La D'Addario è arrabbiata. Dice di aver ricevuto soltanto "una tartarughina" per la notte e chiede conto dei 2000 euro.
     
    Alle registrazioni si accompagnano, come detto, anche delle fotografie, scattate dalla D'Addario con il suo telefonino all'interno di Palazzo Grazioli. Di queste, "Repubblica" ha avuto conferma solo di un dettaglio, per altro anticipato dal Corriere della Sera, due giorni fa. Vale a dire, un'immagine che ritrae la foto incorniciata di Veronica Lario. Le altre istantanee - per quanto è dato sapere al momento - ritraggono altrettanti dettagli delle stanze della residenza privata del presidente del Consiglio.
     
     
    Carlo Bonini
     
     
    June 19

    Torre Annunziata, passa il bilancio, ma cambia la maggioranza

     
    Il Bilancio passa l’esame del consiglio comunale in un clima infuocato. Tre ore di accuse incrociate, di polemiche roventi e di interventi durissimi: alla fine, Giosué Starita sorride davanti ai venti voti favorevoli e tira un sospiro di sollievo abbandonando l’aula della scuola media Alfieri.
    Il sindaco è salvo, la sua poltrona traballa meno di ieri, anche se il prezzo da pagare sarà alto. Il sindaco si è gettato alle spalle l’incubo dello scioglimento, è vero, ma è altrettanto vero che ha aperto una stagione nuova della sua consiliatura. Una stagione che inizia con una maggioranza stravolta da un terremoto politico che era già nell’aria da qualche giorno. Oggi, infatti, in municipio c’è una maggioranza diversa da quella decisa democraticamente dagli elettori appena due anni fa. C’è una maggioranza diversa in una città che, stando anche all’ultimo scrutinio provinciale, aveva ribadito che di centrodestra proprio non voleva sentirne parlare. E invece, il Galeone-Starita vira nettamente in un’area di centro-destra, gettando di fatto le basi per un progetto politico che taglia i ponti con il passato e la tradizione torrese, spedendo in soffitta l’ispirazione riformista.
    Tradotto in soldoni, il via libera al bilancio significa essenzialmente quattro cose: Italia dei Valori fuori dalla maggioranza, Udc, Mpa e Udeur dentro. E, se le posizioni politiche annunciate alla vigilia del voto hanno ancora un senso, in nessuno dei tre casi si tratta di un appoggio esterno. Soprattutto l’Unione di Centro e il Movimento per le Autonomie, infatti, avevano precisato che il loro sostegno sarebbe arrivato solo con un conseguente impegno di governo. Che significa posti in giunta ad entrambi gli schieramenti.
    E se il centrodestra piomba nella maggioranza, la gran parte del centrosinistra si tira fuori. Da Idv ai Riformisti del Pd, da Orgoglio e Dignità a Sinistra è Libertà. A riconferma di un terremoto politico che solo il capogruppo del Pd ha tentato di nascondere (“non vedo stravolgimenti”, ha detto).
     
     
    Raffaele Schettino e Salvatore Piro
     
     
    June 18

    5 de Junio. Día mundial del Medio Ambiente

     
    El 100% de la energía que utiliza el metro para funcionar procede de fuentes renovables.
    • Es el primer metro del Estado que circula con el 100% de energía verde.
    • Utilizar el metro supone el evitar la emisión de aproximadamente 46.000 toneladas de CO2, que es el equivalente a la contaminación media de 8.000 coches durante un año. El beneficio al medioambiente de la utilización de metro es el toda la vida de un bosque de 46.000 árboles.
     
     
    Metro Bilbao alcanzó durante 2008 su versión más sostenible, ya que, por primera vez, la totalidad de la energía empleada para el desarrollo de su actividad se obtuvo de fuentes renovables, según la información facilitada por la compañía suministradora Naturgas. Esta política de contribución al desarrollo sostenible continuará a lo largo del año 2009, ya que la sociedad demanda cada vez más empresas responsables.
     
    La aportación de Metro Bilbao a un transporte más ecológico ha contribuido a hacer de la ciudad un entorno más saludable, ya que el transporte por ferrocarril supone un impacto ambiental significativamente menor que las principales alternativas existentes, puesto que minimiza el consumo de combustibles fósiles y las emisiones de gases de efecto invernadero. En este sentido, Metro Bilbao evita al año la emisión de aproximadamente 46.000 toneladas de CO2, que es el equivalente a la contaminación que provocan 8.000 coches a lo largo de un año, estimando un recorrido medio de cada uno de ellos de 30.000 kilómetros. En definitiva, entre todas las personas que viajamos en metro, venimos a hacer el mismo beneficio al medioambiente que el que realiza un bosque de 46.000 árboles a lo largo de toda su vida, puesto que en la vida media de un árbol este absorbe aproximadamente 1 tonelada de CO2.
     
    En esta política medioambientalmente sostenible, cabe destacar a su vez el proyecto de recuperación energética en el que Metro Bilbao está inmerso. Este proyecto consiste en un sistema de aprovechamiento energético, con el que se consigue un ahorro del 33% en la factura de la luz, ya que los motores de cada unidad tren actúan como consumidores y como generadores de energía. La energía eléctrica generada durante la frenada es reconducida a la catenaria, donde es utilizada por la siguiente unidad para poder arrancar o acelerar.
     
    En esta línea de mejora, Metro Bilbao se sumó en diciembre de 2008 a la iniciativa “Stop CO2 Euskadi” llevada a cabo por IHOBE y la Oficina Vasca de Cambio climático que se ha puesto en marcha en la Comunidad Autónoma del País Vasco, con objeto de englobar las actuaciones de la ciudadanía, empresas y de las administraciones públicas relacionadas con la reducción de emisiones de gases de efecto invernadero (GEI).
     
    Por ello, Metro Bilbao se ha comprometido a elaborar un inventario inicial de fuentes de emisión de la entidad y emisiones de GEI a través de las calculadoras de emisiones de esta iniciativa. Así mismo se elaborará un Plan de Acción para la difusión y el impulso de las medidas de reducción aprobadas que tendrá lugar a lo largo del 2009.
     
     
     
    June 17

    Il Times e Berlusconi: macché Noemi

     
    Che il Times di Londra arrivi a scrivere un editoriale dove chiama il capo di governo di un Paese europeo “clown” e  “buffone sciovinista”, e ciò solo per motivi di indignazione politica, lo lascio credere ai giornalisti, ma noi persone raziocinanti dobbiamo andare oltre. Un quotidiano della portata del Times, storico bastione del conservatorismo mondiale, voce internazionale dei Consigli di Amministrazione più potenti del pianeta, non si muove così violentemente per così poco (Noemi e festini), né è pensabile che abbiano scoperto solo oggi che Silvio Berlusconi alla guida del G8 è come un orango alla guida di un pullman. La scusante ufficiale per quell’editoriale di fuoco ai danni del Cavaliere è un insulto all'intelligenza. Rattrista, ma non stupisce, che in Italia nessuno dei paludati opinionisti pro o anti ci stia pensando.
     
    Il motivo è altro, non v’è dubbio, ed è assai più importante. Per farvi capire, cito la caduta dal potere del dittatore indonesiano Suharto nel 1998. Uno dei peggiori assassini di massa del XX secolo, nulla da invidiare a Hitler per numero di morti, era il cocco di mamma degli USA e della Gran Bretagna, media inclusi, che lo adoravano perché obbediva puntigliosamente a ogni diktat dell’establishment economico neoliberale d’Occidente e soddisfaceva ogni sua voracità di profitto, naturalmente a scapito dell’esistenza di milioni di disgraziati suoi connazionali. Nel 1997 Suharto fece l’errore delle sua vita: disobbedì al Tesoro americano (leggi Fondo Monetario Internazionale), una sola volta. L’allora Segretario di Stato di Clinton, Madeleine Albright, gli disse due parole secche. Fine di Suharto.
     
    Torno in Italia. Io sono convinto che lo stesso meccanismo sia in opera col nostro capo di governo. Deve aver fatto qualcosa di non gradito a chi oltrefrontiera aveva scommesso su di lui. Forse non gli sta obbedendo, da troppo tempo, e la corda si è spezzata, dunque l’attacco del Times. C’è un’ipotesi ragionata (e qui documentata) che vale la pena considerare e ve la propongo come riflessione. Naturalmente, seguendo lo schema Suharto, per l’establishment degli investitori internazionali non è altrettanto facile sbarazzarsi di Berlusconi. Un dittatore al tuo soldo lo sciacqui giù dal lavandino con relativa semplicità, basta chiudere i rubinetti che lo foraggiano. Per un leader democraticamente eletto le cose sono molto più  complesse. Di mezzo c’è la sua gente (noi) che ahimè lo vota, e continua a votarlo. In quei casi la strategia è altra, e nel mondo anglosassone si chiama ‘character assassination’. Lo si dipinge sui maggiori media compiacenti come uno scandaloso incapace, si fanno cordate con alcuni media dell’opposizione interna, e si spera che in tal modo egli ne riceva un danno elettorale. Ma soprattutto gli si manda un messaggio, chissà mai che non si ravveda. Purtroppo per i manovratori, in questo caso hanno a che fare con gli italiani, e questo non l’avevano previsto. Ma continuiamo.
     
    Berlusconi entrò sulla scena politica come il tipico Liberista economico (Liberal Economics), colui cioè che invoca privatizzazioni a raffica, tagli fiscali ai ricchi, botte ai sindacati, flessibilità ultras per i lavoratori, riduzione del ruolo del governo, deregulation selvaggia, socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. Nelle Corporate Boards della City di Londra come a Bruxelles fu un giubilo unico. Era il 1994, Tangentopoli aveva appena eliminato quella fastidiosa classe politica così statalista, popolana, centralista, che non piaceva affatto alla classe dei neoliberisti rampanti di Londra e Washington. L’ipotesi che Tangentopoli sia stata teleguidata dall’esterno proprio per far strada alla Liberal Economics sul modello Thatcher/Reagan, non è cospirazionismo da Internet; ne discussi molto seriamente una sera con l’ex magistrato del pool Gherardo Colombo, che già ne sapeva qualcosa. Torniamo al ’94. Dopo pochi mesi fu chiaro che l’uomo di Arcore era tutto meno che un purista del mercato. Prima cosa, nella sua compagine di governo troneggiavano (ancora oggi) partiti simil-nazionalisti con legami molto radicati con le classi medio-basse, e avversi al concetto di leadership finanziaria sovranazionale incontrastata. Secondo, e ancor più cruciale, Berlusconi non dava segno di voler trasformare la ricca Italia in una trincea del capitalismo speculativo d’assalto, col minor numero di regole possibili, e paradiso degli investitori selvaggi. E mai lo ha fatto. L’Italia dei tre mandati del Cavaliere rimane ancora oggi un Paese tradizionalista nel Capitale, nelle banche, zeppo di zavorre statali, poco profittevole (questo fra parentesi ci ha salvato dal crack finanziario USA, ma agli investitori frega nulla di noi cittadini e dei nostri risparmi, nda). L’ipotesi è dunque che nella stanza dei bottoni i famelici Padroni del Vapore si siano spazientiti dopo anni di frustrazione dei loro piani per l'Italia, ergo l’attacco del Times. Vediamo i fatti.
     
    Siamo nel 2004, la prestigiosa e influente fondazione di destra neoliberale Stockholm Network di Londra pubblica un rapporto dove si legge “Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro (due teorici ultra Liberisti italiani, nda) sono delusi dalla differenza fra la retorica del Libero Mercato di Silvio Berlusconi e la sua reale capacità di fornire le tangibili riforme dell’ostinata burocrazia statale italiana” (1). Parole che trovano eco su decine di pubblicazioni della destra economica europea, sigle troppo oscure per questo contesto, ma tutte improntate a un senso di delusione verso le politiche economiche di Silvio. Passano due anni e il noto Economist (che non è quel bastione di progressismo che alcuni sciocchi qui pensano, nda) scrive: “L’Italia necessita urgentemente di riforme radicali, ma la coalizione di Berlusconi, che in  teoria doveva essere dedita al Liberismo economico, ha fatto quasi nulla nei suoi 5 anni al governo” (2). Da notare che siamo nel 2006, a poco dall’avvento del governo Prodi, che riceverà in quegli anni il plauso di una ridda di fanatici del Libero Mercato, come il Fondo Monetario Internazionale, e il motivo c’è: Prodi alla Commissione Europea fu uno dei falchi del Liberismo economico, e nella stanza dei bottoni sapevano bene a quel punto che per ottenere le radicali riforme del lavoro e della finanza, in Italia era sui dalemiani che bisognava puntare, visti i tentennamenti di Silvio. Dopo pochi giorni esce il tedesco Der Spiegel: “L’amministrazione Berlusconi non ha mai mantenuto le promesse di taglio alle tasse, ulteriori privatizzazioni, e riforme strutturali necessarie per aumentare la competitività e privare le burocrazie del potere”. (3)
     
    Dopo pochissimo dall’elezione di Prodi, l’università di Harvard negli USA indice un seminario ultra neoliberal sull’economia italiana, presente anche Gianfranco Pasquino (ops!). Nella pubblicazione degli atti si leggono le parole di Alberto Alesina, professore ‘Nathaniel Ropes’ di politica economica nel prestigioso ateneo, che dopo aver ricordato i compiti futuri del bravo Prodi, dice: “L’Italia ha problemi gravissimi, ha bisogno di una iniezione di libero mercato con riforme economiche neoliberali… fra cui ridurre le tasse, tagli all’impiego pubblico e alle pensioni, rafforzare il settore dei servizi, e rendere più facili i licenziamenti”. (4) Cioè una pessima pagella, a suo dire, dei precedenti anni di Berlusconi, che anche l’Economist continuava  a definire “assai scarsi di riforme delle insostenibili pensioni e dell’inflessibile (sic) mercato del lavoro”, da parte di un leader “mai veramente interessato alle riforme” (5). Il fuoco di sbarramento contro il ‘disobbediente’ Cavaliere è a questo punto massiccio. Le bordate arrivano anche dagli USA, e proprio guarda caso allo scadere del breve mandato Prodi. Il Wall Street Journal, voce dei falchi fra i falchi della finanza di destra, scrive a pochi giorni dalle elezioni del 2008 che “Berlusconi ci ha deluso in economia durante il suo ultimo mandato”. La vicenda Alitalia sta infuriando, cioè, sta infuriando gli investitori esteri assetati di affari sul cadavere della nostra linea aerea, mentre Berlusconi osa ipotizzare una cordata italiana per il salvataggio. Scrive il WSJ: “Berlusconi la scorsa settimana se n’è uscito contro la vendita di Alitalia, e questo è un segnale di mancanza di dedizione alle riforme”…. “Air France-KLM volevano garanzie che i sindacati e i politici non bloccassero le dolorose ristrutturazioni (per i lavoratori, nda)” E dopo due righe di plauso per il compiacente Veltroni, il quotidiano dà l’affondo: “Berlusconi aveva promesso tagli alle tasse, riforme del mercato del lavoro e liberalizzazioni, ma ha fallito in tutto… Egli si è rivelato più un nemico corporativo del Libero Mercato che un Liberista economico disposto a fare ciò che è  necessario” (6)
     
    Alitalia non va giù agli investitori internazionali, e infatti non poteva mancare la regina dei loro quotidiani, il Financial Times, che tenta nel settembre del 2008 di mandare un richiamo all’insubordinato Cavaliere, suggerendogli di “… seguire l’esempio della Thatcher, e di sfidare i sindacati a scoprire le carte, così da far scoppiare l’ascesso (sic) di 30 anni di relazioni sindacali italiane irresponsabili e dannose” (7). E ancora: “Nonostante la sua immagine da imprenditore neoliberale, Berlusconi, dicono i critici, si trova a suo agio a fare il dirigista statale, con l’Alitalia in primis. La compagnia viene consegnata a un gruppo italiano e sottratta ai compratori stranieri” (8) E che il Financial Times avesse anch’egli dichiarato una guerra permanente a Berlusconi, anche se con metodi decisamente più ortodossi di quelli del Times, lo dimostra quanto ha scritto poche settimane fa, con toni sprezzanti: “Il suo primo governo nel 1994 non ha combinato nulla. I suoi cinque anni al potere dal 2001 al 2006 sono stati noti per aver fallito di nuovo nell’introdurre in Italia le riforme Liberiste così essenziali al Paese per essere competitivo nell’eurozona” (9).
     
    Ricordo a questo punto, per chi si fosse perso, che questo coro martellante che pronuncia sempre le parole magiche ‘riforme’ e ‘Liberismo’, altro non chiede se non la solita ricetta precedentemente descritta: privatizzazioni a raffica, tagli fiscali ai ricchi, botte ai sindacati, flessibilità ultras per i lavoratori, riduzione del ruolo del governo, deregulation selvaggia, socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti (come peraltro leggibile nelle dichiarazioni riportate). La ricetta, cioè, che di noi persone e del nostro sangue versato se ne fotte, e che pretende solo una cosa: Unlimited Corporate Profits. Ne è un esempio brillante una delle raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale (leggi il Tesoro USA) fatte all’Italia allo scadere del 2008, altro rimbrotto al Cavaliere. E’ profferta con un linguaggio omeopatico, ma la si può leggere fra le righe: “Gli autori apprezzano in Italia gli sforzi per diminuire la disoccupazione (nota dell’autore: si preoccupano dei nostri senza lavoro?). Gli autori incoraggiano una seconda tornata di riforme del mercato del lavoro, per rafforzare il legame fra redditi e produttività (nda: vale a dire il valore e la qualità di vita della persona misurato unicamente in termini di contributo al profitto altrui). Gli stipendi devono adeguarsi alle differenze regionali (nda: gabbie salariali, su cui il FMI insiste da tempo), il lavoro a tempo indeterminato deve essere più flessibile (nda: già praticamente non più in offerta, qui si chiede che sostanzialmente scompaia), in tandem con una rete di ammortizzatori sociali maggiorati (nda: ci risiamo, socializzare i danni e privatizzare i profitti, cioè lo Stato paga per la disperazione dei lavoratori, le aziende licenziano e si ri-quotano in borsa).” (10) Questa abiezione sociale è ciò che realmente si cela dietro alla parola ‘riformismo’ (Rutelli, Prodi e D’Alema + seguaci prendano nota).
     
    Ma torniamo a Silvio Berlusconi. L’ultimo avvertimento gli giunge proprio dal Times il 7 maggio 2009, e in toni inequivocabili: “Nei suoi due maggiori mandati Berlusconi ha fallito nelle riforme così disperatamente urgenti in Italia… La UE e l’OECD continuamente rivelano l’eccessiva regolamentazione del business (in Italia, nda)… I lavoratori statali rimangono protetti… e le sue sbandierate riforme del sistema pensionistico sono state minimali… le tasse rimangono alte, e la resistenza del suo governo a tagliare la spesa pubblica è enorme” (11).
     
    Tre settimane dopo, il possente quotidiano britannico perderà di colpo la sua celebrata compostezza dopo 224 anni, e dalle sue pagine partirà un attacco sgangherato e volgare a Silvio Berlusconi. Vi si leggerà che è “un clown”, “un buffone sciovinista”, un playboy patetico, la cui performance con le signorine e nei confronti degli italiani curiosi della vicenda Noemi è inaccettabile, per il bene della democrazia e del mondo intero. Certo, come no.
     
    E così, di nuovo, l’Italia antagonista di sinistra si è fatta infinocchiare degli isterismi dei D’Avanzo, Travaglio e Santoro, Grillo e compagnia, ha di nuovo eletto a suo paladino l’ennesimo baraccone di destra neoliberale (dopo Freedom House), e insiste nell’ignorare che ciò che gli sta corrompendo la vita non è il lodo Alfano, o Emilio Fede, né il burattino Berlusconi, ma sua maestà Il Burattinaio, leggi Liberal Economics and Corporate Power. Eppure Clinton ce l’aveva detto: “It’s the economy, stupid”.
     
     
    Nota a margine per l’Egregio direttore del Times:
     
    “Sir, non mi risulta che negli anni cha vanno dal 1997 al 2007 il Suo giornale abbia mai usato termini così aggressivi per Mr Tony Blair, PM, mentre si rendeva corresponsabile di crimini contro l’umanità (Turchia, Timor, Ex Yugoslavia, Iraq, Palestina, Afghanistan…) e di alto tradimento della patria mandando a morire truppe britanniche su basi mendaci, oltre ad aver ridotto le classi disagiate della Gran Bretagna a livelli di povertà “pre-Vittoriana” (The Guardian), tanto che l’organizzazione  Medecins du Monde ha dovuto aprire delle tende-cliniche di strada in diverse periferie urbane britanniche. Gradirei una spiegazione, Sincerely Yours, Paolo Barnard"
     
     
    Note:
    1) Stockholm Network, THE STATE OF THE UNION: MARKET-ORIENTED REFORM IN THE EU IN 2004
    2) The Economist 7/01/2006
    3) Der Spiegel 30/01/2006
    4) April 20, 2006, Harvard Gazette
    5) The Economist, Apr 3rd 2008
    6) WSJ  MARCH 25, 2008
    7) Financial Times, Sep 22 2008
    8) FT, October 18 2008
    9) FT, May 28 2009
    10) INTERNATIONAL MONETARY FUND ITALY: Staff Report for the 2008 Article IV Consultation. Prepared by Staff Representatives for the 2008 Consultation with Italy. January 7, 2009
    11) The Times, 07 May 2009
     
     
    Paolo Barnard
     
     
    June 16

    Il “Golem” di Matteo Messina Denaro

     
    Smantellata in un'operazione della polizia rete favoreggiatori latitante numero uno di Cosa nostra
     
    Hanno preso a prestito un nome che appartiene alla mitologia ebraica, Golem per l’appunto, gli investigatori della Polizia che hanno dato questo nome in codice ad una operazione condotta poche ore addietro è che è stata conclusa smantellando una parte, una buona parte, dell’organizzazione mafiosa della Valle del Belice, quella direttamente sotto al controllo del capo mafia latitante Matteo Messina Denaro.
     
    Golem perché in ebraico significa anche robot, e le 13 persone arrestate agivano sotto gli ordini di Matteo Messina Denaro, servi, dotati di una straordinaria forza e resistenza, pronti a portare in giro la “verità” come la vede il latitante che nel tempo si è macchiato, in nome di questa sua verità, dei più orrendi delitti, mandante e autore di stragi come quelle del 1993 di Roma, Milano e Firenze.
     
    Stamane, nelle province di Trapani, Palermo, Roma e Piacenza, investigatori appartenenti al Servizio Centrale Operativo e delle Squadre Mobili di Trapani e Palermo, al termine di articolate indagini (esperite principalmente in provincia di Trapani), hanno eseguito 13 ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dalla competente Autorità giudiziaria, la Procura antimafia di Palermo, nei confronti di altrettanti indagati, ritenuti responsabili, a vario titolo, dei delitti di associazione di tipo mafioso, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di società e valori.
     
    Le complesse attività hanno consentito di individuare ruoli, strategie, modalità operative di “cosa nostra” trapanese, proiettata ad assumere condotte illecite, funzionali alla realizzazione degli interessi dell’associazione medesima, capitanata dal boss trapanese Matteo Messina Denaro, vertice della struttura colpita,  ed attualmente latitante. In particolare, i destinatari dei provvedimenti restrittivi sono esponenti strategici delle  famiglie mafiose di Campobello di Mazara e di Castelvetrano, storiche roccaforti del capomafia ricercato da 16 anni, dal 1993, da sempre “cosche” protagoniste delle più significative dinamiche mafiose nella provincia di Trapani
     
    I soggetti arrestati hanno svolto, primariamente, un fondamentale ruolo nel sostegno alla latitanza di Messina Denaro, assicurandogli, tra le altre cose, il mantenimento di riservati canali di comunicazione con i componenti di vertice di “cosa nostra” palermitana. L’azione di copertura si è anche sostanziata attraverso la fornitura di  documenti d’identità falsi al ricercato, per consentirgli di eludere le indagini. Le attività di indagine hanno permesso, inoltre, di riscontrare una insistente azione estorsiva da parte di un cugino del latitante, Mario Messina denaro, 57 anni, imprenditore caseario di Castelvetrano, mediante imposizione di tangenti ad imprenditori locali, nonché di scoprire un traffico di sostanze stupefacenti tra la capitale ed il territorio trapanese.
     
    Contestualmente sono stati perquisiti altri soggetti in libertà per i medesimi reati. Analoghe operazioni sono state eseguite in diversi Istituti di pena, con la collaborazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, nei confronti di 37 detenuti di area trapanese, essendosi manifestate, nel corso delle indagini, comunicazioni dal mondo carcerario verso gli indagati. Uno dei risvolti dell’indagine è stato quello di mostrare la possibilità di Messina Denaro di colloquiare attraverso i classici “pizzini” con i boss detenuti anche al 41 bis. Tra i soggetti coinvolti Mariano Agate, Vincenzo Virga, cpai delle famiglie di Mazara e Trapani, e il killer Vito Mazzara che di recente ha avuto annullato l’ordine di cattura per il delitto di Mauro Rostagno, ma resta in carcere a scontare ergastoli per altri omicidi, come quello dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, ucciso l’antivigilia di Natale del 1995, la sua morte fu il regalo di Natale dei mafiosi liberi a quelli detenuti al carcere duro.
     
    Nell’ambito dell’operazione Golem è stato disposto il sequestro di un’impresa olearia di Campobello con beni immobili annessi, per un valore di circa 2 milioni di euro, fittiziamente intestata a terze persone, al fine di sottrarre il patrimonio mafioso ad eventuali aggressioni di carattere patrimoniale da parte degli inquirenti.
     
     
    Rino Giacalone
     
     
     
    Operazione Golem, la messaggeria di Matteo Messina Denaro
     
    Uno dei principali protagonisti dell’operazione Golem finito in manette è un killer di Cosa Nostra, Francesco Luppino, cinquantenne di Campobello, finito scarcerato due anni addietro grazie all’indulto. Era accusato di un delitto, ma all’epoca in cui fu condannato non c’era la previsione del 416 bis, era un delitto di mafia, ma non si poteva contestare l’associazione mafiosa. E non risultando la contestazione del 416 bis, al momento dell’indulto è stato beneficiato. Ma altrettanto importanti sono gli altri 12 finiti in manette. A cominciare dal capo mafia di Campobello di Mazara, l’anziano settantenne Leonardo Bonafede. Campobello è il Comune del Belice più vicino a Castelvetrano. Geograficamente ma non solo, anche per le dinamiche e le alleanze mafiose. Campobello di Mazara è “terra” di Matteo Messina Denaro, non per nulla suo fratello, l’ex preposto di banca, Salvatore Messina Denaro, è qui a Campobello che abita.
    L’operazione odierna rientra in un più ampio dispositivo predisposto dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza per il contrasto alla criminalità organizzata di tipo mafioso,  le cui conseguenti linee operative sono affidate alla Divisione Centrale Anticrimine che agisce attraverso il Servizio Centrale Operativo e le strutture investigative territoriali della Polizia di Stato.  In altre parole, per non usare solo quelle del comunicato del Viminale, gli arresti scaturiscono da una attività di intelligence condotta da quello speciale gruppo investigativo, composto da poliziotti delle Squadre Mobile di Trapani e Palermo, e dagli agenti dello Sco,  per dare la caccia al latitante Matteo Messina Denaro.   A cadere nella rete sono stati in particolari i “postini” del capo mafia latitante. La sua “messaggeria” personale è finita in cella.
     
    Gli arrestati del blitz antimafia Golem sono:
     
    BARRUZZA Vito Angelo, nato a Baden (Svizzera) il 6 ottobre 1964 e residente a Piacenza, pregiudicato;
    BONAFEDE Leonardo, nato a Campobello di Mazara il 1° febbraio 1932, ivi residente,
    BONETTO Giuseppe, nato a Marsala (TP) il 24 aprile 1955 e residente a Castelvetrano, imprenditore;
    CATALDO Lea, nata a Campobello di Mazara il 9.9.1962 ed ivi residente;
    DELL’AQUILA Salvatore, nato a Campobello di Mazara il 1° luglio 1961, ivi residente;
    FERRANTE Leonardo, nato a Trapani il 20 novembre 1944 e residente a Partanna nella c.da Vallesecco;
    INDELICATO Franco, nato a Campobello di Mazara (TP) il 15 febbraio 1969 ed ivi residente;
    INDELICATO Giuseppe, nato a Castelvetrano (TP) il 19 aprile 1973 ed ivi residente
    LUPPINO Aldo, nato a Campobello di Mazara (TP) il 16.04.1947 ed ivi residente, imprenditore ;
    LUPPINO Francesco, nato a Campobello di Mazara (TP) il 6 gennaio 1956 ed ivi residente , pregiudicato, sorvegliato speciale di P.S.;
    MADONIA Giovanni Salvatore, nato a Castelvetrano (TP) il 5 marzo 1965 ed ivi residente;
    MESSINA DENARO Mario, nato a Castelvetrano (TP) il 21 luglio 1952 ed ivi residente , imprenditore caseario;
    NARDO Domenico, nato a Roma il 18 marzo 1959, detto “Mimmo”, ivi domiciliato, pregiudicato.
     
    Nei loro confronti le accuse a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti,   trasferimento fraudolento di società e valori e altri gravi reati.  E’ scattato il sequestro di beni riconducibili all’organizzazione 
     
    I particolari. E’ stata una telecamera piazzata davanti all’ingresso di un oleificio di Campobello di Mazara a svelare una serie di summit di mafia che periodicamente lì si sono svolti. Anche nelle ore notturne, ma non solo, in pieno giorno talvolta i complici del boss si incontravano o lì si davano appuntamento per poi raggiungere altri posti. Gli investigatori hanno avuto a disposizione anche una serie di “pizzini”, hanno intercettato buona parte dei contatti tra Messina denaro e Bernardo Provenzano, e ancora tra il boss di Castelvetrano ed i padrini di Palermo, Sandro e Salvatore Lo Piccolo quando questi soggetti erano latitanti. Proprio intercettando i pizzini i poliziotti hanno fatto le scoperte più interessanti, tra i coinvolti nel fare da postino ci sarebbe un funzionario dell’ispettorato regionale all’agricoltura di Trapani, Girolamo “Mimmetto” Coppola, fratello di un professore finito già condannato per mafia. Il nome di “Mimmetto” Coppola si è fatto spesso nell’ambito del processo per mafia dove è imputato l’ex vice presidente della Regione Bartolo Pellegrino, Coppola fu uno dei componenti della sua segreteria quando Pellegrino sedeva al Governo della Regione. Altro particolare quello che i “Pizzini” di Messina Denaro sono giunti fin dentro le carceri, nelle celle del 41 bis. E assieme agli arresti, la magistratura ha disposto le perquisizioni nelle carceri ed il trasferimento di una trentina di detenuti, spostati di carcere in particolare i boss mafiosi della provincia di Trapani. Anche quelli che un giorno all’Ucciardone inneggiarono a Messina Denaro mentre nella rete della giustizia cadevano i boss palermitani. Un applauso per dire che Messina Denaro era il più forte.
     
    L’importante operazione ha consentito di individuare ruoli, strategie, modalità operative di “cosa nostra” trapanese proiettata, tra le altre cose, a realizzare condotte illecite, funzionali alla realizzazione degli interessi e delle attività dell’associazione medesima. I soggetti catturati sono elementi di primo piano organici a “famiglie” mafiose della provincia di Trapani. Le indagini della Polizia di Stato hanno confermato l’importanza strategica delle famiglie di Castelvetrano e di Campobello di Mazara nel sostegno alla latitanza del boss Messina Denaro. Le indagini del Servizio Centrale Operativo e delle Squadre Mobili di Trapani e Palermo, inoltre, hanno permesso di svelare la realizzazione di condotte dirette all’approvvigionamento di fondi e al reinvestimento di capitali, all’acquisizione e al controllo di attività economiche per  la realizzazione di indebiti  profitti. E’ pure emersa l’esistenza di un traffico di stupefacenti tra la Capitale e la provincia di Trapani, sempre finalizzato al mantenimento in vita della menzionata organizzazione criminale. 
     
    I viaggi all’estero. In questi 16 anni di latitanza il boss Matteo Messina Denaro è riuscito a lasciare l’Italia e a recarsi all’estero. A favorirlo fornendolo di passaporto, falso, un fine falsario romano anche lui tra i 13 arrestati, Domenico Nardo. Messina Denaro sarebbe riuscito a giungere anche in Venezuela, dove la mafia trapanese ha una sua “colonia”. In quella cosca si nascondevano due mafiosi belicini arrestati dalla Polizia di Trapani durante le indagini, Vincenzo Spezia e Francesco 
     
    Le estorsioni. Gli investigatori della Polizia di Stato hanno, altresì, scoperto varie attività delittuose tra le quali una pressante azione estorsiva posta in essere dalla cosca castelvetranese nei confronti di un imprenditore edile locale con richiesta di “pizzo” pari a 100.000 euro, per i lavori di costruzione di  numerosi immobili.
     
     
    Rino Giacalone
     
     
     
    Golem, i protagonisti della mafia belicina
     
    Tutti a sostegno del boss latitante Matteo Messina Denaro. La “testa dell’acqua” come viene chiamato, oppure “olio”, o ancora “Diabolik”. Rispettato quasi come se fosse un santo, il papa della mafia trapanese quella che dopo avere ucciso, compiuto stragi, è diventata la mafia delle imprese, essa stessa impresa. 
     
    I più fedeli del boss Leonardo “Nanai” Bonafede e Franco Luppino, “elementi apicali della “famiglia” mafiosa di Campobello di Mazara. A costoro, tra le altre cose, era stato demandato il delicatissimo ruolo di veicolare notizie tra MESSINA DENARO Matteo ed i vertici assoluti della “cosa nostra” palermitana, tra cui, da ultimo, LO PICCOLO Salvatore e Sandro.
     
    Le indagini hanno svelato l’esistenza di un’organizzazione ben strutturata, basata su una fitta trama di relazioni personali nella quale la natura dei rapporti e degli interessi, nonché la frequenza dei contatti ed il contenuto stesso delle conversazioni captate hanno attestato che ciascun personaggio ricopriva un preciso ruolo e godeva, rispetto agli altri, di conseguenti poteri, carisma e prestigio. “E’ stato, così, possibile ricostruire non soltanto uno spaccato delle frequentazioni – dicono gli investigatori - ma anche un’articolata rete di relazioni interpersonali, caratterizzate da stabilità e costanza, che è possibile ricondurre principalmente all’aggregato mafioso di stanza nel territorio di Campobello di Mazara, roccaforte storica di MESSINA DENARO Matteo, così come lo era stata del padre, morto da latitante, MESSINA DENARO Francesco”.
     
    A suggellare ogni buona intesa un pranzo “riservatissimo”, avvenuto, nella primavera del 2007, in una villa della campagna campobellese, posta a disposizione da INDELICATO Franco e DELL’AQUILA Salvatore, e, poi, dall’ospitalità che il LUPPINO Franco ha fornito, nell’estate dello stesso anno, ad alcuni stretti parenti del LO PICCOLO, nella località balneare di Tre Fontane. Contatti, propedeutici all’incontro che, il 5 novembre 2007, LUPPINO avrebbe dovuto avere con i LO PICCOLO in località Giardinello, e non avvenuto a causa del blitz della Polizia di Stato che portò alla cattura degli allora latitanti Lo Piccolo.  Luppino accortisi della Polizia davanti la villa dei boss, riuscì in fuggire in tempo.
    Un altro particolare dell’operazione Golem è la scoperta del “falsario” personale di Messina Denaro. Il romano Domenico Nardo. A lui Messina Denaro si affidò per la falsificazione dei suoi documenti d’identità. Il Nardo, infatti, sebbene condannato per aver favorito, nel 1996, la latitanza del killer campobellese URSO Raffaele, grazie al fatto di risiedere a Roma ha, negli anni, proseguito nell’attività di sostegno riservatissimo alle attività criminali della famiglia mafiosa di Campobello e, soprattutto, ai latitanti di quell’area. NARDO non solo sarebbe stato il “tipografo” di MESSINA DENARO Matteo, ma abbia anche fornito documenti falsi ad altri soggetti, tra cui l’altro killer campobellese SPEZIA Vincenzo che, nel 1995, proprio grazie ad un passaporto falso fornito dal NARDO, si era potuto rifugiare in Venezuela. Nardo nell’estate del 2008, aveva partecipato ad un vero e proprio “summit” mafioso con il boss BONAFEDE Leonardo, nel corso del quale erano stati affrontati diversi argomenti - tra cui alcuni “favori” da realizzare nell’interesse di MESSINA DENARO Matteo - più volte rimandato nel tentativo, rilevatosi vano, di evitare che le Forze di Polizia ne potessero avere contezza.
     
     
    L’uomo d’onore riservato. Oltre al supporto della “famiglia” mafiosa campobellese, le indagini hanno pure evidenziato come Matteo Messina denaro si sarebbe avvalso di  un riservato esponente delle “famiglia” mafiosa di Trapani, COPPOLA Girolamo, (indicato in codice nelle missive come MIMMO TP) funzionario presso l’Assessorato agricoltura della Regione Siciliana e fratello del pregiudicato COPPOLA Filippo.
     
    I rapporti con i boss detenuti. In un pizzino Messina Denaro parlando dei boss detenuti così scrive:: “… io non andrò mai via di mia volontà, ho un codice d’onore da rispettare. Lo devo a Papà e lo devo ai miei principi, lo devo a tanti amici che sono rinchiusi e che hanno ancora bisogno, lo devo a me stesso per tutto quello in cui ho creduto e per tutto quello che sono stato. Ad onore del vero se avessi voluto già me ne sarei andato da tempo, ne avevo la possibilità, solo che non ho mai tenuto in considerazione quest’ipotesi perché non fa parte di me ciò; io starò nella mia terra fino a quando il destino lo vorrà e sarò sempre disponibile per i miei amici, è il mio modo tacito di dire a loro che non hanno sbagliato a credere in me. …”.
     
    E l’operazione i contati li ha accertati. E come si è smantellata la rete esterna di postini e complici del latitante, gli sono stati tolti i riferimenti dentro alcune celle. In 15 Istituti Penitenziari della Lombardia, del Piemonte, del Friuli Venezia Giulia, del Lazio, dell’Umbria, dell’Abruzzo, della Campania, della Calabria e della Sicilia, sono state eseguite 37 perquisizioni nei confronti di altrettanti detenuti ritenuti essere strettamente legati a MESSINA DENARO. Tra costoro figurano: Mariano Agate, Filippo Guttadauro, cognato del latitante, Vincenzo Virga, Vito Mazzara.
     
     
    Rino Giacalone
     
     
    June 15

    I «No base» a processo, Berlusconi tra i testimoni

     
    VICENZA - La protesta con tro la base Usa al Dal Molin var cherà mercoledì la soglia di un tribunale: non per uno dei tan ti ricorsi al Tar presentati dai comitati, ma questa volta per un processo che vedrà sul ban co degli imputati decine di atti visti che il 16 gennaio del 2008 occuparono simbolicamente la prefettura di Vicenza. La pri ma udienza è fissata per mer coledì prossimo, 17 giugno, al tribunale del capoluogo, e il Presidio annuncia che terrà fe de a quanto già dichiarato da tempo: fare delle udienze un «processo politico» in cui rove sciare le accuse verso i fautori della base americana. Chia mando in causa anche nomi eccellenti.
     
    «Il pool di oltre die ci avvocati che assiste i No Dal Molin ha proposto al giudice una serie di testimoni, fra cui l’ex ministro Arturo Parisi, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi e l’ex premier Ro mano Prodi. I tre non hanno mai voluto venire a Vicenza a spiegare perché la città berica dovrebbe accettare l’imposizio ne di una nuova base militare – spiega Marco Palma del Presi dio - . Ma oltre a loro gli avvoca ti vogliono far parlare come te sti anche tecnici, giuristi, gior nalisti, ingegneri, per ricostrui re l’iter secondo noi illegittimo che ha portato alla decisione di costruire la base. Solo rico struendo tutto questo potre mo spiegare le motivazioni che hanno portato all’occupa zione.
     
    Al giudice ora spetterà la decisione di convocare o me no i testi indicati dalla difesa». Fra gli avvocati che si sono messi a disposizione degli atti visti pacifisti c’è anche Aurora D’Agostino, consigliere comu nale a Padova per i Verdi e can­didata sindaco alle ultime ele zioni amministrative. Sono trentacinque le persone accu sate, fra gli altri capi d’imputa zione, di violazione di domici lio e interruzione di pubblico servizio: il 16 gennaio di un an no fa salirono le scale della pre fettura e si incatenarono all’in terno del palazzo di contrà Gaz zolle, una forma di protesta per ricordare che un anno pri ma il premier Romano Prodi aveva dato il via libera alla nuo va base militare americana, ce dendo all’ultimatum dell’allo ra ambasciatore Usa Ronald Spogli. «L’occupazione della prefettura del 16 gennaio 2008 ha segnalato, dopo un anno dall’arrogante scelta di Roma no Prodi, la volontà dei vicenti ni di continuare a difendere la propria terra dall’imposizione del progetto militare; e ha ri cordato che la sovranità su un territorio appartiene alla comu nità che lo abita, non a un go­verno incapace di ascoltare la voce delle donne e degli uomi ni della nostra città» dicono i presidianti.
     
    Il giorno precedente al l’udienza, martedì prossimo, il movimento tornerà in piazza, con una fiaccolata che partirà alle otto e mezza di sera da piazza Castello e attraverserà il centro storico: lo slogan sarà «Siamo tutti colpevoli di ama re Vicenza». Anche la mattina seguente, alle nove, la trentina di attivisti accusati per l’occu pazione saranno accompagna ti da una delegazione del movi mento contro la base. «Quel l’occupazione, durata poco più di un’ora, rappresenta la vo glia di dignità di Vicenza, calpe stata da un governo lontano e arrogante verso cittadini» dico no a Ponte Marchese. Sono quasi pronte le centinaia di ma gliette che saranno indossate alla fiaccolata e in tribunale: «Anch’io ho occupato Vicen za », questa la scritta che sarà stampata sulle T-shirt.
     
     
    Giulio Todescan
     
     
    June 14

    Paola Cortellesi - Pubblicità Progresso - Parla con me

     

     

    June 11

    La notte di Gaza

     
    Dal 27 dicembre la Striscia è sotto le bombe. Cosa significa vivere ogni giorno con il terrore, perdere tutto, non avere un luogo sicuro in cui rifugiarsi?
     
    Internazionale 777, 8 gennaio 2009
     
    Martedì 6 gennaio 2009 Maher ha capito che era ora di andarsene, di fuggire, di scappare per salvarsi, mettila come ti pare, basta che prendi i bambini, i figli dei tuoi fratelli, tua madre che ha appena avuto un'operazione chirurgica a cuore aperto, che aveva tredici anni, esattamente l'età di tua figlia quando l'esercito israeliano espulse lei e gli abitanti della sua cittadina nel 1952 (esatto, non nel 1948; avrei potuto essere cittadino israeliano, dicevi sempre per scherzo, se Israele – che allora aveva quattro anni – non avesse espulso i palestinesi rimasti nella cittadina di Majdal cacciandoli verso sud, verso Gaza); che importa se in questi quindici anni tu e tua moglie avete risparmiato ogni centesimo per poter lasciare il campo profughi dove tua madre era cresciuta e poi vi aveva messi al mondo tutti quanti e poi vi aveva mandati a scuola perché diceva sempre che il nostro unico capitale, di noi profughi, è il nostro cervello; che importa se tu hai studiato e ti sei sistemato e anche tua moglie, e non solo avete trovato dei lavori rispettabili e interessanti, e non solo avete viaggiato, ma vi siete anche fatti una casa abbastanza spaziosa; che importa se quella casa, ai margini di Gaza, adesso sarà bombardata e schiacciata e sfondata e sbriciolata e bruciata da tutte le sofisticate mutazioni hi-tech della polvere da sparo che vi sono state rovesciate addosso in questi ultimi undici giorni, undici giorni che sembrano undici anni, dicono tutti; che importa dei libri e dei computer e dei giocattoli e dei mobili andati distrutti, e la casa di tuo fratello – più a nord, in questa pericolosa terra di confine – è già stata evacuata e colpita da un missile e lui non ci prova neanche ad andare a controllare i danni, l'unica cosa che importa adesso è salvare la vita di tutti, adesso lo sai per davvero che cosa significa essere un profugo, dici, non t'importa di niente, tutto quello che avevi costruito durante la tua vita non vale più niente, ti basta lasciare i campi in fiamme ai margini di Gaza, dove l'esercito ha sganciato volantini dai suoi elicotteri pretendendo che la gente sgomberasse le case, e poi, se per caso non aveste colto l'allusione, lo stesso esercito vi ha bombardato con cannoni talmente vicini che avete potuto sentire i motori ronzare e ringhiare, poi ha usato certe strane armi nuove, bombe che esplodono e si trasformano in lame di fuoco che attecchisce ovunque, e quando provi a buttarci l'acqua non si spegne, anzi non fa che aumentare, tutti gli alberi sono andati, quello che importa è sfuggire al fuoco e alla nube di polvere e fumo, così fitta che non vedi chi hai davanti, e buttarsi a bordo di due auto, pregando il dio in cui non credi che un obice o una bomba o un missile israeliano non le prendano di mira come hanno fatto con alcune ambulanze (uccidendo alcuni dei soccorritori), e alcuni tecnici della società dei telefoni, o forse non hanno proprio mirato, ma gli sono cadute accanto così, per caso, com'è successo giorni fa vicino a una casa dove si teneva la veglia funebre per un ragazzo che era andato volontario a lavorare su una di quelle ambulanze; non possiamo mica ricordare tutti quei casi e quei particolari che ci sono stati detti e che abbiamo sentito raccontare durante questi
     
    undici anni, pardon, giorni, tanti morti, adesso non ci pensare, l'unica cosa è mettere la tua famiglia al sicuro: sicuro? lo sappiamo che a Gaza nessun posto è sicuro, tutti i tuoi vicini hanno già sgomberato le loro case, tu e gli altri li avete visti, a decine, a centinaia, a migliaia, riversarsi per le strade – o meglio, quelle che un tempo erano strade e adesso sono un ammasso di asfalto contorto e brandelli di edifici – tutti stanno cercando un riparo, molti di loro sono agricoltori, non profughi del 1948, alcuni sono stati feriti nelle serre e nei campi, dove hanno lavorato fino all'ultimo minuto, adesso l'Onu ha aperto ventitré scuole per ospitare loro e quelli come loro, famiglie, neonati che piangono, vecchi e vecchie che credevano di aver già visto tutto nel 1948, donne incinte, bambini terrorizzati, ancora sotto shock dopo queste ultime migliaia di bombe e obici e missili che hanno invaso la loro infanzia e il loro sonno e li hanno fatti ammutolire, solo i loro occhi spalancati urlano, tua moglie è infermiera al reparto maternità e mentre tu portavi via i bambini lei – si chiama Fakhura, che vuol dire fiera – è andata alla scuola a visitare donne e bambini e a dare consigli su come fare e come cavarsela per chissà quanti giorni in quelle stanze affollate; hai appena raggiunto il tuo rifugio nel quartiere più ricco di Gaza, Rimal (che è stato bombardato anche più dei campi profughi), quando le radio a pile della gente (non c'è luce quindi non c'è tv, ma chi se ne importa adesso dell'elettricità, è l'acqua che manca da cinque giorni che ci fa davvero impazzire), dov'eravamo, ah sì, la radio a pile ha strillato la notizia di una bomba che ha colpito una scuola abitata da centinaia di persone venute in cerca di riparo, all'inizio non ci hai fatto caso, eri troppo occupato a scaricare i bambini e le poche suppellettili che ti sei portato dietro, poi quel nome, Fakhura, ha perforato come un trapano il tuo darti da fare e ti sei detto non può essere, hai chiamato il suo cellulare, ma prima ancora di chiamare sapevi che la rete ormai non c'era più, tre antenne erano state colpite dai missili o dalle bombe o da chissà che, le hai mandato un sms, erano le quattro del pomeriggio, tua madre chiedeva dov'era tua moglie, tu hai detto "guarda sta occupandosi di certa gente ma tra poco ritorna", i tuoi figli hanno chiesto quando arrivava mamma, tu sei rimasto zitto, ma dentro avevi un terremoto, in questi undici anni hai visto la morte tante di quelle volte che potevi immaginare… no non puoi immaginare, lei non può essere una dei dieci che sono rimasti uccisi, secondo le prime notizie, poi nel giro di mezz'ora i morti sono quindici, poi trenta c'è chi dice quaranta, abbiamo smesso di contarli, tu ricordi vagamente che la mattina sono state uccise tredici persone della famiglia Al Dayya, alla periferia est di Gaza, genitori e figli, e otto persone della loro famiglia ancora non si trovano, forse sono sotto le macerie, non avranno "l'onore" delle prime pagine come tanti altri bambini e donne e vecchi che vengono aggiunti alle statistiche di morte che, quando hai l'energia per ascoltare la radio israeliana, vieni a sapere che erano "terroristi" o civili "che i terroristi usavano come scudo", ed è per questo che loro si permettono di bombardare e prendere a cannonate le case dove si pensa che abitano militanti e leader di Hamas, però la maggior parte di loro è già scappata e restano solo 
     
    i vicini, ma sono le cinque del pomeriggio e di tua moglie ancora nessuna notizia e le immagini fugaci di cadaveri, arti, carne strappata, tutto quello che hai visto in questi undici giorni di incubo ti attraversano la mente e tu le cacci via, se questi undici giorni sono stati lunghi, quell'ora tra le cinque e le sei del pomeriggio, quando finalmente si è fatta viva, è stata un milione di volte più lunga, lei è spuntata e tu hai cominciato a sgridarla, perché non hai chiamato, perché non mi hai mandato un messaggio, la coscienza resta indietro rispetto alla realtà, ti aggrappi a cose normali, anche se in undici giorni siamo stati ricacciati indietro all'età della pietra, tu urli e lei si scusa, anche le scuse sono una cosa normale che fa a pugni con la realtà, poi lei si mette a piangere, c'era sangue dappertutto dice, mi hanno riaccompagnato a casa in ambulanza, poi ho preso la nostra auto e sono venuta qui, sono stanca, ho bisogno di dormire, ha detto e hai capito che è sconvolta, fa l'infermiera e di cose ne ha viste, specie in questi ultimi otto anni, ma questo no, a questo non era preparata, adesso abbiamo tutti bisogno di psicoterapia collettiva, dici, quello che ho visto non è guerra convenzionale, la gente dentro le case e fuori le bombe e poi c'è fumo in ogni casa, i bambini soffocano, tu cerchi di spegnere il fuoco e quello non fa che aumentare, avete tutti paura, ognuno lo mostra in un modo diverso; le donne tremano tutte, gli tremano le mani, non riescono a fermarle, è quello che ha notato Yaakub, che ha dato la mano alla mia amica Salwa, la sua vicina di un tempo al campo profughi di Shabura a Rafah, e ha notato quanto le tremava, mentre al telefono la sua voce era calma e composta, "quando mi sveglio mi stupisco di essere viva", mi aveva detto, "so che è solo per caso che sono viva", ma le mani le tremano, mi sussurra all'orecchio, per telefono, il nostro comune amico Yaakub, certo che anch'io ho paura, ma non lo faccio vedere, ha dimenticato come urlava dentro il ricevitore quel sanguinoso sabato 27 dicembre 2008, quando l'aviazione militare israeliana ha sganciato di colpo cento bombe su tutta la Striscia di Gaza, metà dei suoi bambini stavano tornando proprio in quel momento dal primo turno di scuola, l'altra metà e sua moglie stavano per andare al secondo turno (le classi sono talmente zeppe che le scuole hanno esteso il sistema dei due turni, oltre la metà della popolazione di Gaza è formata da persone sotto i diciott'anni) e tutti quei bambini erano fuori per la strada quando il fiore della tecnologia israeliana e americana ha riversato la sua potenza sui campi di addestramento di Hamas abbandonati e sui commissariati di polizia, che spesso sono stati costruiti proprio nel centro delle città, vicino alle scuole, se l'è scordato Yaakub come urlava al telefono, quando ho chiamato annunciando quella spaventosa notizia, lui ha gridato che nessuno dei suoi figli rispondeva, che non sapeva che cosa gli era successo e che sua moglie era appena uscita di casa per andare alla scuola dove insegna, ma sono impazziti, ha urlato, e nei giorni successivi si è fatto sempre più silenzioso, le sue frasi sempre più sconnesse, a volte gli scappava uno strano scoppio di risa, per esempio quando ha raccontato di un programma radiofonico notturno trasmesso da un'emittente locale che
     
    miracolosamente funziona ancora, dove un sacco di commercianti e di operai che prima lavoravano in Israele e conoscono l'ebraico telefonano cercando di analizzare la politica di Israele e le dichiarazioni dei suoi leader, e poi si mettono a rievocare quegli anni in cui tutto era possibile, proprio come ha fatto Ahmad Sammour quando gli ho parlato al telefono, il primo giorno del nuovo anno, Ahmad Sammour, Abu Iyad, il fabbro, che per trentun anni aveva lavorato in Israele e aveva tirato su un intero quartiere di Ashkelon (Majdal, la cittadina natale della mamma di Maher), fino a quando il mondo gli si è chiuso addosso e allora ha aperto un'officina nella parte est del villaggio di Jabalia, puoi chiamare il mio ex capo, Jack, ho lavorato nella sua officina di fabbro ad Ashkelon, mi ha detto al telefono, in ebraico, gli puoi telefonare, ti parlerà lui di me, ancor oggi lo chiamo papà, lo dirà lui al tuo esercito che io non sono di Hamas, avete tanti di quegli esperti, fateli venire qui a vedere che il camion colpito dal loro missile era il mio, e che le "decine di missili" che secondo l'esercito israeliano si trovavano a bordo di quel camion erano i macchinari della mia officina e certe bombole di ossigeno che ci servono per saldare i metalli, qui fabbrichiamo porte e cancelli, mica razzi, ma quelli hanno colpito il mio camion e mio figlio c'è rimasto, è morto, e come lui altri sette ragazzi che mi aiutavano a sgombrare la mia officina dopo che era stata bombardata una casa, avevamo paura che quelle porte spalancate fossero una tentazione per i ladri, e così qualche ora dopo che avevano colpito la casa siamo venuti con il camion e con la golf bianca di mio cognato e ci siamo messi a sgomberare e a caricare: quello che è esploso sono le taniche di benzina e di carburante diesel che teniamo sempre da parte per quando sul mercato non ce n'è, a esplodere non sono stati dei razzi come ha detto il vostro esercito, ma il nostro ossigeno e la nostra benzina; mio cognato è appena andato via con la sua auto che abbiamo caricato di elettrodi – cinquanta confezioni da quattro chili l'una, si usano anche quelli per le saldature – e ha sentito lo scoppio, è tornato di corsa, ha visto tutti morti, i suoi figli, mio figlio, i vicini che ci davano una mano, ed è tornato a casa e da allora batte la testa contro il muro, voi che avete gli esperti fateli venire a vedere che non c'erano missili Grad, ora tutta quella roba sta lì, bruciata, accanto all'officina, nessuno osa toccarla o portarla via per paura che il drone mi prenda per uno di Hamas e mi spari un missile, telefona pure a Jack, io lo chiamo ancora papà, mi ha appena chiamato per chiedermi il mio numero di conto in banca, per mandarmi qualche soldo, Abu Iyad non lo sa che io ho telefonato a Jack e che lui con un accento francese mi ha detto "mi rifiuto di parlare con quella merda di giornale che è Ha'aretz", io non ho insistito non solo perché ero certa che Abu Iyad non è di Hamas, ma perché ci sono tante telefonate da fare dalle sei di mattina a mezzanotte, controlli se siamo ancora vivi, ride Salwa, ma va bene, va bene, anche noi facciamo lo stesso, ogni mattina ci telefoniamo a vicenda per controllare se siamo ancora vivi, mi tranquillizza, la sua voce sempre così calma e composta, come se ti stesse parlando di un film e non della bomba che ha colpito il ministero dell'istruzione proprio dietro l'angolo: prende in pieno il palazzo e tu pensi che sia caduta sopra casa tua, e tutti i vetri delle finestre in frantumi ma gli infissi di metallo sono stati strappati e la porta è talmente contorta che ci sono voluti tre vicini per aggiustarla,
     
    ora il freddo e il vento sono inquilini fissi, niente luce, ma lascia perdere la luce, è l'acqua che ci manca, e con tutto questo stiamo meglio noi di tanti altri, al giornale radio abbiamo sentito che un razzo Qassam ha colpito Qiryat Gat, cioè Faluja, il villaggio dov'è nato mio padre, e io ho detto, scusami Qassam ma nessuno ti ha dato il permesso di colpire la mia terra, una volta ci siamo andati con mio padre, quando eravamo piccoli, lui ha riconosciuto il villaggio anche se tutte le case erano state rase al suolo, la casa di mia madre nel campo profughi di Shabura a Rafah è stata colpita, non direttamente ma dall'esplosione di una bomba che ha preso proprio una baracca sul piazzale del campo, figurati che casa, eternit e lamiera, ma lei si è rifiutata di andare a stare da mia sorella finché il tetto non le è crollato a pochi centimetri dalla testa, e adesso il suo unico desiderio è morire prima che succeda qualcosa a noi.
     
     
    Amira Hass
     
     
    June 09

    Il rapporto 'Wikipedia'

     
    C'è un grave fraintendimento che rischia  di rovinare molto. Da tempo io vi chiedo di non scrivermi mail, ma di FARE. Perché lo faccio? Per due motivi. Primo perché sono 25 anni che vivo l'attivismo e mai come dalla nascita di Internet ho visto quel poco di azione ancora possibile svanire assorbita nella frenesia dei blog, commenti, chat, mail, facebook, e via discorrendo, il cosiddetto attivismo di tastiera. Cioè: sempre meno presenza in strada, sempre meno atti concreti, sempre più agitazione in Rete. Prendete l'ultimo caso della mia denuncia del 'negazionismo accettabile', con tanto di video in risposta alle gravissime affermazioni di Travaglio fatte sul sangue di oltre 1.000 innocenti massacrati e su 60 anni di genocidio di un popolo. Ci sono quasi 10.000 visioni, ho ricevuto centinaia e centinaia di mail, ci sono commenti come formiche in Rete... ma una sola persona in tutta Italia, una sola, ha deciso di fare qualcosa e ha sfidato il negazionista Travaglio chiedendogli conto di ciò che afferma, esattamente come Piero Ricca sfida Profumo o Andreotti. Uno solo. Nessuna organizzazione pro Palestina si è mossa, nessun intellettuale è intervenuto, nessuna protesta. E allora? Cosa mi interessa di rispondere a 2 o 3 cento mail? C'è un singolo palestinese che sarà salvato dopo le nostre chiacchiere?
     
    Secondo. Io sono forse l'unico in sta ridda di personaggi attivi che lotta per invertire i ruoli del gioco. Dico da anni che noi giornalisti siamo SOLO FONTI, e che i PERSONAGGI PROTAGONISTI, quelli in PRIMO PIANO, sono le persone, cioè VOI. Noi dobbiamo sgonfiarci, ed essere trattati da voi come Wikipedia. Voi, i personaggi protagonisti, consultate le Wikipedie Barnard/Ricca/Grillo/Zanotelli/Travaglio ecc... e poi AGITE fra di voi con voi stessi al centro. Gli importanti trascinatori siete voi, noi siamo solo consulenti a margine. Questo è il rapporto sano fra cittadinanza e informatori. Vi verrebbe mai in mente, dopo aver consultato Wikipedia, di scrivergli "Wikipedia tu mi hai illuminato, resisti!", "mi scusi se la disturbo Wikipedia, lei è sicuramente impagnata... ma...", "cara Wikipedia, io  penso questo, quell'altro, e lei cosa mi dice? La seguirò sempre!". Lo fareste? No, non lo avete mai fatto, ed è giusto. E allora perché scrivete a me e alle altre fonti?
     
    Piazzatevi al centro, fate voi, usate noi a margine. Ecco perché io rispondo "Smettete di scrivermi, FATE!".
     
    E poi quei pochi che fanno già, cerchino di capire che non intendo sminuirli, lo so che fate, ma ancora il rapporto fra noi e voi non è 'Wikipedia'. Chiaro ora? Diffondete questo messaggio, è vitale.
     
     
    Paolo Barnard
     
     
    June 07

    Der Frevler

     
    Italiens Premier wird wegen privater Petitessen gejagt, dabei entstammen die Sünden des Politikers Berlusconi nicht dem Reich der Erotik - sie sind viel gewaltiger.
     
    Al Capone, der Unterwelt-Boss von Chicago, hatte sich vieler Kapitalverbrechen schuldig gemacht, bevor ihn die Justiz wegen vergleichsweise kleiner Delikte packen konnte: wegen Steuerhinterziehung und Geldwäsche.
    Die italienische Opposition setzt derzeit in der Auseinandersetzung mit Silvio Berlusconi auf eine ähnliche Strategie. Sie stellt den Premier nicht wegen seiner politischen Sünden, sondern wegen vermeintlicher privater Laster. Eine mögliche Affäre mit einem Möchtegern-Showgirl soll den Regierungschef stoppen.
    Dabei ist das Verhältnis des Premiers zu der blutjungen Signorina Noemi für das Wohl und Wehe Italiens unerheblich. Und irrelevant könnte auch die linke Opposition werden, wenn sie weitermacht wie bisher.
    Die Sünden des Politikers Berlusconi entstammen nicht dem Reich der Erotik. Der "Cavaliere" hat sich vielmehr am italienischen Rechtsstaat vergangen, an der Demokratie und am Prinzip der Medienvielfalt, die die Grundlage gesunder, moderner, florierender Nationen ist.
    Den Rechtsstaat, in Gestalt der Justiz, attackierte Berlusconi in den vergangenen Tagen wieder in einer Weise, die eigentlich die Europäische Union auf den Plan rufen müsste. Er beschimpfte Richter als Linksextremisten und warf ihnen vor, Urteile schon vorab zu fällen, nur weil sie einen seiner Anwälte wegen Korruption bestraft haben. Dabei müsste Berlusconi selbst eine Verurteilung fürchten, wenn er sich nicht von seiner Parlamentsmehrheit Immunität als Premier hätte einräumen lassen.
    Wie Berlusconi zur Demokratie steht, zeigt sein Umgang mit der Opposition. Wer links wähle, sei von Hass und Neid getrieben, solche und ähnliche Behauptungen sprechen für sich. Die eigenen Parteien, erst Forza Italia und nun das Volk der Freiheit, führt der Premier in einer charismatisch-autoritären Weise, als seien sie Privatbesitz.
    Als Regierungschef geriert er sich wie ein Firmenboss, der die Geschäfte nach dem Prinzip von Befehl und Gehorsam führt. Nun versucht er auch noch, das Volk gegen das Parlament in Stellung zu bringen, um die Verfassung nach seinen Wünschen umzubauen. Solch plebiszitäre Herrschaftsmethoden sind gefährlich, das zeigt die Geschichte.
    Den schwersten Frevel beging Berlusconi aber an der Medienfreiheit. Dank seiner durchaus beeindruckenden unternehmerischen Fähigkeiten und seinem politischen Geschick gelang es ihm, ein Informations-, Meinungs- und Unterhaltungsimperium aufzubauen, das Zeitungen, Zeitschriften, Filmproduktionsfirmen und vor allem die wichtigsten Sender des Privatfernsehens umfasst.
    Seit Jahrzehnten wirkt dieses Imperium auf die Italiener ein - und verändert so die Gesellschaft. Grelles bis vulgäres Dauerspektakel, Hemmungslosigkeit, Konsumgier und Opportunismus werden als Normalität dargestellt - oder als erstrebenswerter Zustand. Leitbild ist dabei der ältere Showmaster und Charmeur, der sich von TV-Sternchen umschwärmen lässt und Preise und Geschenke ans Volk verteilt, genauso wie der Cavaliere.
    Berlusconi hat sich mit seinen Fernsehsendern sein Wahlvolk herangezogen. Die italienische Linke setzte dem zu wenig entgegen. Sie versäumte es vor allem, eine pluralistische Medienlandschaft zu verteidigen. Deswegen muss sie sich heute kläglich an Noemi klammern.
    Ebenso versagt haben die bürgerliche Rechte, die Christdemokratie und die konservativen Eliten. Wie konnten sie es zulassen, dass Berlusconi zu ihrem Gesicht, ihrer Stimme und schließlich ihrem Dominator wurde? Warum haben sie keine glaubwürdige Gegenkraft aufgebaut, die dem Erbe der großen, kulturreichen, europäischen Nation Italien würdig wäre? Diese Frage sollte sich ganz Europa stellen. Die Entwicklung Italiens ist ein Menetekel. Sie zeigt, wie anfällig moderne Gesellschaften sind, wenn sie es zulassen, dass ein Mann übergroße Medienmacht erlangt.
     
     
    Stefan Ulrich
     
     
    June 06

    Starita, fa’ qualcosa di sinistra!

     
    L’insistenza con cui Tommaso Solimeno si propone come candidato dell’amministrazione comunale alla Provincia, oltre che del Pd, impone alcune riflessioni.
    Se la giunta avesse voluto indire un referendum sul suo operato, avrebbe dovuto puntare sul sindaco Giosuè Starita. Sbandierare il vicesindaco può apparire come la sua consacrazione a primo cittadino. Molti infatti ritengono Tom e l’assessore Ciro Alfieri gli uomini forti del governo locale. Inoltre la giunta in tal modo lega la sua sopravvivenza alle sorti di una sola persona: se Tom è bocciato, è bocciata la giunta. La sua ambizione vale il futuro dell’intera città!
    Ed allora condanno l’attuale amministrazione per questo ricatto, che si aggiunge alla confusione dei ruoli: mi è sembrato che un quadrunvirato abbia effettivamente comandato, riservando una funzione “analgesica” al sindaco, che però ho sempre sostenuto, fidando sulle sue capacità di far prevalere alla lunga l’interesse di Torre su quelli del clientelismo. Nel quadrunvirato collocherei: Solimeno, che abita in un edificio in parte abusivo e potrebbe essere causa del blocco degli abbattimenti; Ciro Alfieri, con gravi precedenti giudiziari e motivo di defezione, fra gli altri, dell’assessore Mario Iovane per le sue ingerenze nel varo della mensa scolastica, purtroppo da allora bloccata; Domenico Impicca, citato dalla Commissione antimafia per i suoi comportamenti criminali; Francesco Donadio, coinvolto nella tangentopoli oplontina ed escluso per anni dalle liste del suo partito. Confermo il rispetto nei loro confronti, ma aggiungo che chi decide di fare politica deve chiarire ogni ombra che incida sulla sua credibilità.
    Nel contesto sono “capitati” diversi episodi: il mistero delle dimissioni del consigliere Polimeno; le minacce a Pierpaolo Telese; lo scoppio di un grosso petardo davanti al negozio di Rosario Piscitiello, fra i fondatori del Comitato cittadini torresi; il ritiro dal Pd di numerosi aderenti per l’arroganza e l’aggressività nelle riunioni; l’indifferenza verso il coraggioso documento della Sinistra giovanile, guidata da Raffaele Perrotta, di denuncia di infiltrazioni camorristiche; la fuoriuscita di Luigi Cirillo dal partito di Alfieri fra violente discussioni; le primarie sporcate dalla delinquenza; il varo di un gruppo consiliare autonomo da parte di eletti nel Ds-Pd; il commissariamento del Pd, affidato allo stimato Aldo Cennano; il suo provvedimento contro Impicca; il ritiro dalla giunta di Rc e Idv; le dimissioni di quasi tutti gli assessori originari, ad eccezione di Alfieri e Solimeno; la candidatura di quest’ultimo; le dimissioni di Cennamo; la recente intimidazione al giornalista Gianluca De Martino… Non affermo che tutto sia dipeso dal quadrunvirato, ora forse ridotto ad un binomio, ma…
    Nutro qualche diffidenza anche sulla libera espressione del voto. Una fetta consistente di politici basa il suo consenso sul clientelismo: andrebbe verificato che non sia sfociato e non sfoci in comportamenti delittuosi.
    Dubbi, non certezze, che però sono corroborati dalla nomina ad assessore di un apprezzato poliziotto, Giuseppe Auricchio, e la delega su appalti ed altro a livello prefettizio. È come se Starita non volesse far approvare le delibere più importanti dagli organi comunali. Ma in tal modo il comune è di fatto commissariato!  
    Mi verrebbe da dire: Starita, fa’ qualcosa di sinistra!
    Azzera la giunta e convoca le migliori energie! Ce ne sono! Qualcuno è già assessore! Ti stai impegnando con serietà, professionalità, caparbietà, ma, con questa squadra, di rilevante hai concretizzato poco e quasi da solo. Cogli il momento storico della tangibile presenza dello Stato! Te lo dico per la stima e l’affetto che provo per te! 
    Onde evitare equivoci, preciso in maniera inequivocabile che non ho alcun interesse personale, né aspiro ad incarichi istituzionali, ma sono motivato esclusivamente dall’amore per Torre e dalla volontà di non essere un vile ed omertoso spettatore dell’assassinio della mia città.
     
     
    Michele Del Gaudio
     
     
    June 05

    Rifiuti Campania: falsi sui cdr, 15 arresti politici, prof universitari e funzionari Regione

     
    Coinvolto anche il presidente della Provincia di Benevento
    Il gip: logiche clientelari e scellerate. Concessi a tutti i domiciliari
     
    La Guardia di Finanza e la Dia hanno eseguito quindici ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari a carico di un esponente politico, il presidente della provincia di Benevento, del Pd, Aniello Cimitile, e di professori universitari e funzionari della Regione Campania. L'inchiesta riguarda le presunte irregolarità nei collaudi di numerosi impianti cdr in Campania. I destinatari dei provvedimenti della magistratura sono i collaudatori di questi di impianti, tra i quali alcuni docenti universitari. L'operazione è scattata nell'ambito dell'indagine condotta dai pm Noviello, Sirleo e Milita sulla gestione dei rifiuti a Napoli durante la gestione commissariale.
     
    L'inchiesta ha accertato che le persone arrestate avevano attestato l'idoneità degli impianti quando questi erano già sotto sequestro e avevano sostenuto la conformità del prodotto del cdr alle specifiche del contratto, che in realtà mancava.
     
    A tutti sono stati concessi i domiciliari. Ecco i nomi degli arrestati.
     
    Claudio De Biasio, 45 anni, ex subcommissario di Guido Bertolaso, responsabile unico procedimento per gli impianti Cdr di Santa Maria Capua Vetere, Battipaglia, Casalduni e Pianodardine.
     
    Vincenzo Naso, 57 anni: presidente della commissione di collaudo dell'impianto di Caivano, professore ordinario della Facoltà di ingegneria dell'Università di Napoli Federico II ed ex preside.
     
    Giuseppe Sica, 52 anni: collaudatore impianto Santa Maria Capua Vetere, libero professionista.
     
    Aniello Cimitile, 61 anni: presidente commissione collaudo impianto di Casalduni, presidente della provincia di Benevento e ordinario nella facoltà di ingegneria dell'Università del Sannio.
     
    Oreste Greco, 73 anni: presidente commissione collaudo impianto Santa Maria Capua Vetere, professore ordinario.
     
    Vincenzo Sibilio, 60 anni: collaudatore impianto Caivano e dirigente della Regione Campania.
     
    Alfredo Nappo, 53 anni: collaudatore impianto Caivano, diversi incarichi pubblici ricoperti nell'ambito di comuni delle province di Benevento e Avellino.
     
    Luigi Travaglione, 54 anni: collaudatore impianto Casalduni e responsabile Ufficio tecnico del comune di Vitulazio (Caserta) e presso il consorzio Asi di Benevento.
     
    Vittorio Colavita, 67 anni: collaudatore impianto Cdr di Tufino, commercialista e presidente collegio revisore dei conti del Consorzio liquami di San Giovanni a Teduccio.
     
    Rita Mastrullo, 52 anni: collaudatore impianto Battipaglia e ordinario di Ingegneria alla Federico II di Napoli, dove insegna fisica tecnica.
     
    Mario Gily, 64 anni: direttore dei lavori degli impianti di Santa Maria Capua Vetere, Battipaglia, Casalduni, Pianodardine.
     
    Giuseppe Vacca, 45 anni: direttore lavori per gli impianti di Caivano, Tufino e Giugliano, ingegnere e direttore lavori per impianto termovalorizzatore di Acerra.
     
    Francesco Scaringia, 67 anni: collaudatore impianto di Battipaglia, avvocato, direttore del settore Sport, tempo libero e spettacolo della Regione Campania e componente di commissioni di collaudo di opere pubbliche del commissariato per l'emergenza
    idrogeologica in Campania.
     
    Filippo De Rossi, 54 anni: collaudatore impianto Casalduni, ordinario di fisica tecnica-ambientale alla facoltà di Ingegneria dell'Università del Sannio di cui è preside.
     
    Vitale Cardone, 62 anni (nei cui confronti l'ordinanza non è stata ancora eseguita): presidente della commissione di collaudo dell'impianto di Battipaglia, preside della facoltà di Ingegneria a Salerno.
     
    «I membri delle commissioni di collaudo erano designati dal Commissariato di Governo con criteri rispondenti a logiche meramente clientelari legate a rapporti personali e in un caso frutto di accordo corruttivo». È il duro commento che il gip Aldo Esposito esprime nelle motivazioni delle ordinanze di custodia emesse oggi nell'ambito dell'inchiesta sui rifiuti.
     
    «Tale sistema evidentemente - spiega il gip - influenzava l'opera dei collaudatori e dei direttori dei lavori che accettavano la logica scellerata, caratterizzante in questi anni il lavoro del commissariato, di avallare in toto l'operato dell'Api, affidataria, al fine di portare materialmente a compimento il progetto di gestione degli rsu (rifiuti solidi urbani) in Campania "a tutti i costi" a prescindere dal requisito, al contrario essenziale, della funzionalità del progetto rispetto a quanto previsto, anche a tutela del territorio e della salute pubblica».
     
    Ciò «senza minimamente preoccuparsi di contestare le numerose inadempienze emerse nel corso dell'indagine, anzi cercando in ogni modo di occultarle, mediante il silenzio o l'adozione di atti volutamente tesi a tacere le inadempienze». Il giudice inoltre afferma che «gli indagati dimostravano totale indifferenza rispetto a situazioni fattuali che avrebbero imposto rigore e astensione».
     
     
     
    June 02

    The Clown’s Mask Slips

     
    Berlusconi must answer allegations of womanising and questions about inappropriate behaviour. The quality of government is a not a private matter
     
    The most distasteful aspect of Silvio Berlusconi’s behaviour is not that he is a chauvinist buffoon. Nor is it that he cavorts with women more than 50 years younger than himself, abusing his position to offer them jobs as models, personal assistants or even, absurdly, candidates for the European Parliament. What is most shocking is the utter contempt with which he treats the Italian public.
     
    The ageing Lothario may find it amusing, or even perhaps daring, to act the playboy, boasting of his conquests, humiliating his wife and making comments that to many women are grotesquely inappropriate. He is not the first or the only one whose undignified behaviour is inappropriate to his office. But when legitimate questions are asked about relationships that touch on the scandalous and newspapers challenge him to explain associations that, at best, are puzzling, the clown’s mask slips. He threatens those newspapers and televisions stations that he controls, invokes the law to protect his “privacy”, issues evasive and contradictory statements and then melodramatically promises to resign if he is caught lying.
     
    Mr Berlusconi’s private life is, of course, private. But as President Clinton found, scandal does not become high office. To his critics, Mr Berlusconi retorts that he still commands high popularity ratings, is very much in control of his Government and will not be intimidated by what he calls opposition attempts to smear him. Many may also say that Italy is not America: that the puritan ethic framing standards in the US has never dominated Italian public life, and that few Italians are shocked by womanising. This is patronising nonsense. Italians understand just as well as Americans what is and what is not acceptable. And like Americans, they regard a cover-up as contemptible.
     
    Few media outlets in Italy are able to make this point without fear of retribution. But to its credit La Repubblica has continually raised questions about the Prime Minister’s relationship with the 18-year-old Noemi Letizia, whose birthday gift of a necklace was the pretext for Mrs Berlusconi’s divorce action. To most of these questions, on the lips of every bemused Italian voter, there has been no satisfactory answer. When and how did he meet her family? Did Mr Berlusconi ask for photographs from a model agency and initiate contact with Ms Letizia? What truth is there in reports that dozens of young women were invited to parties at his Sardinian villa?
     
    Mr Berlusconi has promised to explain everything to parliament. But he can hardly have reassured his critics with his weekend injunction blocking publication of about 700 photographs purporting to show what went on at these parties. Nor is he helped by his hapless Foreign Minister, who attempted to defend his boss by pointing out that the age of consent in Italy was 14 — as if this were relevant.
     
    Does it all matter? Some Italians will say no. Others will say it is no business of outsiders. But Italian voters, in the run-up to the European elections, ought to reflect on how their Government is run, on the candidates thought suitable for Strasbourg and on the level of prime ministerial candour during political and economic turmoil.
     
    It concerns others too. Italy hosts the G8 meeting this year. Important discussions are taking place in that forum, where Western governments are pressing for greater co-operation in combating terrorism and international crime. Mr Berlusconi sees himself as a friend of Vladimir Putin. His country is an important member of Nato. It is also part of the eurozone, which is being tested by the global financial crisis. It is not only Italian voters who wonder what is going on. So do Italy’s nonplussed allies.
     
     
     
    June 01

    L'Aquila, protestano i residenti del centro "No alle crociere, vogliamo le nostre case"

     
    Forte tensione sabato all'Aquila dove alcune centinaia di cittadini aderenti al comitato 'L'Aquila un centro storico da salvare', hanno cercato di entrare in corteo nella "zona rossa" del centro storico rivendicandone la "proprietà". Il sindaco, Massimo Cialente, ha bloccato la folla e spiegato che non era possibile accedervi per motivi di sicurezza viste le scosse di questa notte. Alla fine si è tenuto un piccolo corteo che però non ha calmato la rabbia degli aquilani. E si ironizza sull'ultima promessa del premier: "Rinunciamo alle crociere per rientrare nelle nostre case"
     
    Momenti di tensione sabato all'Aquila in occasione del corteo organizzato dall'associazione "L'Aquila un centro storico da salvare". I proprietari delle case hanno cercato di entrare in corteo nella "zona rossa" del centro storico rivendicandone la "proprietà". Il sindaco, Massimo Cialente, ha bloccato la folla parlando da un megafono e spiegando che non era possibile accedere al centro per motivi di sicurezza, viste anche le continue scosse. Alla fine si è tenuto un piccolo corteo che però non ha calmato la rabbia degli aquilani. E si ironizza sull'ultima promessa del premier: "Rinunciamo alle crociere per rientrare nelle nostre case"
     
    Circa 500 persone aderenti ai comitati che sollecitano la ricostruzione del centro storico si erano dati appuntamento nei pressi della Fontana Luminosa per dare vita a una manifestazione. Da qui, in corteo, avrebbero dovuto raggiungere via Strinella, senza percorrere le strade del centro. Poi hanno cambiato idea e cercato di violare la "zona rossa".
     
    Il sindaco, Massimo Cialente, ha bloccato il corteo perché, date le ultime scosse di questa notte, non è possibile entrare nel centro storico per motivi di sicurezza. Alle ore 4.55 la terra ha tremato di nuovo con una magnitudo di 3.5 gradi. Nella notte sono state registrate altre 6 scosse, tutte al di sotto dei 3 gradi di magnitudo, che non sono state avvertite dalla popolazione.
     
    I manifestanti, tutti muniti di casco, hanno quindi iniziato a  urlare all'indirizzo di Cialente "La città è nostra!". Dopo una trattativa le forze dell'ordine, insieme al sindaco, alla presidente della Provincia, Stefania Pezzopane, al deputato Giovanni Lolli e a esponenti della Fiom-Cgil, hanno organizzato dei cordoni di sicurezza intorno ai manifestanti  ed è partito un corteo che dalla Fontana luminosa attraverso corso Federico II e i Quattro cantoni, è arrivata alla piazza del Municipio per poi tornare indietro.
     
    I manifestanti - compresi sindaco e la presidente della Provincia, Stefania Pezzopane - si sono poi riuniti nel parco del castello dove si susseguono interventi per discutere le richieste da presentare al Governo e alla Protezione Civile.
     
    "Le crociere ci fanno ridere – ha commentato Luisa Leopardi presidentessa dell'associazione "L'Aquila un centro storico da salvare" –. Siamo pronti a rinunciare alle vacanze, rivogliamo le nostre case. Qui le strade che portano al centro non sono state ancora messe in sicurezza e non possiamo raggiungere le nostre abitazioni. Sarebbe meglio spendere i soldi in maniera migliore"
     
     
     
    May 29

    «Stanno utilizzando i nostri figli morti sotto le macerie a scopo elettoralistico»

     
    «Mio figlio era uno studente universitario ed è morto sotto le macerie, cosa c’entra questo con la campagna elettorale?», si ribella Paolo Colonna all’idea della cerimonia già apparecchiata per domani mattina. Quando il presidente del Consiglio sarà per l’ennesima volta a l’Aquila per consegnare alle famiglie degli studenti morti sotto le macerie una laurea honoris causa.
     
    Quella onorificenza il signor Paolo Colonna non la vuole. E tanto meno la vorrebbe dalle mani del presidente del Consiglio. «Cosa c’entra? Stanno utilizzando i nostri figli a scopi elettoralistici. Non posso accettarlo. Stiamo parlando di ragazzi di vent’anni morti perché facevano il loro dovere di studenti. Come si fa a utilizzarli per prendere qualche voto in più?», ripete con rabbia il signor Paolo Colonna. Tanto più ora che ha saputo che a quella cerimonia parteciperà anche Berlusconi. Nessuno glielo aveva detto.
     
    All’invito del rettore lui e le famiglie di altri sette studenti morti nel terremoto avevano già risposto di no. Il perché lo spiegano in una lettera al rettore firmata con i nomi dei loro figli. «Quella laurea - scrivono - è solo un blando tentativo di chiudere una tragica parentesi che ha sconvolto la nostra esistenza».
     
    Secondo un rapporto della Protezione civile che risale al 2006 - scrivono Paolo e gli altri genitori degli studenti vittime del terremoto - molti edifici pubblici e tutte le facoltà universitarie avevano gravi problemi strutturali e avevano bisogno di essere ristrutturate.  «Quegli studi sono stati fatti nel 2006 e sono rimasti nei cassetti dell’amministrazione», denuncia con rabbia il signor Colonna: «Tutti sapevano, solo noi non sapevamo. Se lo sapevamo i nostri figlio li tenevamo a casa».
     
    Suo figlio, Tonino, studiava ingegneria. Non abitava nella casa dello studente, ma in una delle palazzine di via Luigi Sturzo. Nel fine settimana era stato a casa, dai suoi, a Torre de’ Passeri, un paesino dell'Abruzzo. Ma lunedì mattina aveva lezione presto. Perciò la domenica è tornato e il terremoto l’ha sorpreso a l’Aquila nel suo appartamento di studente.
     
    «Siamo stati noi a tirarli fuori dalle macerie», racconta il padre, che, quando ha cominciato a intuire cosa poteva essere accaduto a l’Aquila è corso da Torre de’ Passeri: «Sul posto c’erano dei ragazzi che scavavano, non c’era la Protezione civile, non c’era nessuno, loro sono arrivati solo diverse ore dopo».
     
    Da quel momento in poi per il signor Colonna è tutto un percorso a ritroso, a cercare le responasbilità, quello che poteva essere fatto e non è stato fatto. Trasportato all’ospedale San Camillo di Roma, Tonino non ce l’ha fatta. «È stato il terremoto ad ucciderli», ha spiegato alla famiglia il preside della facoltà di Ingegneria quando ha chiamato a casa per invitarli alla cerimonia di domani. «Ma i nostri figli sono morti perché facevano il loro dovere di studenti, ma il proprio dovere qualcuno non l’ha fatto», insiste il signor Colonna: «Le scosse erano iniziate a ottobre e il 30 marzo alle tre e mezzo c’era stata una scossa del quarto grado: i ragazzi stavano facendo lezione e sono usciti all’aperto. Perché non hanno deciso allora di chiudere l’università?». «Quando ho chiesto al preside della facoltà di mio figlio se poteva dirmi che i nostri figli andavano a lezione in strutture sicure non mi ha replicato nulla».
     
    Ecco è per questo che ora Paolo e gli altri genitori dei ragazzi morti sotto le macerie come suo figlio non vogliono quella laurea honoris causa. Tanto più ora che hanno saputo che, a una settimana dalle elezioni europee, sarà il presidente del Consiglio a consegnarla personalmente ai presenti. «Vuol dire che moralmente abbiamo proprio toccato il fondo e io non ci sto», dice Paolo, che però se riuscirà, proverà lo stesso domani con le altre famiglie "ribelli" a intervenire per spiegare le sue ragioni anche durante la cerimonia. «So già che non mi faranno entrare, ma se ci saranno anche gli altri ci proverò lo stesso».
     
     
    Mariagrazia Gerina